Dio esiste e vive a Bruxelles: recensione della dissacrante commedia con Poelvoorde e Deneuve

25 novembre 2015
2.5 di 5
41

Il nuovo film del regista belga Jaco Van Dormael.

Dio esiste e vive a Bruxelles: recensione della dissacrante commedia con Poelvoorde e Deneuve

Il Belgio è una grande terra di comici. Lo confermano anche i due principali artefici di questa irriverente black comedy dall’irresistibile titolo italiano: Dio esiste e vive a Bruxelles. Davanti alla macchina da presa c’è quello splendido attore, tutto istinto, che risponde al nome di Benoît Poelvoorde; dietro, lo stile un po’ folle di Jaco Van Dormael, autore fuori dalle convenzioni fin dal suo esordio, Toto le héros, con cui vinse la Caméra d’or per la migliore opera prima al Festival di Cannes. Sempre vicino alla diversità e alle impervie strade che conducono un bambino verso la crescita, in Dio esiste e vive a Bruxelles affronta la sfida di rappresentare nientemeno che il padreterno, che non solo vive in Belgio, ma è anche irascibile, bugiardo e dispotico nei confronti della figlia e della moglie, sempre impegnata nelle faccende di casa.

Un personaggio decisamente poco raccomandabile che ha spinto il povero figlio maggiore Gesù a cercare altri territori, in grado di spassarsela solo quando applica ai suoi sfortunati umani delle regole di un cinismo degno delle leggi di Murphy. Insomma, dimenticatevi ogni possibile riferimento religioso, ogni intento parodistico o dissacrante che abbia come diretto obiettivo la religione cattolica. Qui Van Dormael utilizza Dio come icona, scegliendo semmai di parlare della figlia, visto che “avete già sentito molto parlare del figlio. La figlia sono io, mi chiamo Ea e ho 10 anni”. Inizia così il film, con un folgorante cambio di prospettiva. Non che la piccola sia una bambina risolta, non potrebbe essere altrimenti, con un padre così; tanto che per vendicarsi delle pesanti imposizioni domestiche invia dalla posizione di comando paterna la data della morte a tutti gli esseri umani, con un semplice ma raggelante sms.

Prende il via da questa terribile materializzazione dell’incubo peggiore di tutti noi, la data della nostra morte, il tentativo di Ea di assoldarare degli apostoli poco tradizionali, costruendo una squadra tanto improbabile, quanto sempre più coesa in una significativa rappresentazione di un’epoca in cui la solitudine toglie il fiato e l’iper comunicazione spesso è un rifugio palliativo. Qui grandi e piccoli, bambini e donne, si dovranno imparare a conoscere, rispettare ed amare. Nonostante questo, inutile cercare troppi aiuti spirituali, la pulsione rassicurante viene da sentimenti terreni, dall’amore e l’altruismo come impegno di uno per l’altro. Al massimo sarà il caso ha limitare i suoi capricci e per una volta un bel tocco femminile in cabina di comando a colorare il mondo di nuova speranza.

Premesse davvero intriganti, peccato che quando l’irriverenza diventa parabola si affievolisca la carica di rottura, finendo per ricondurre il film in territori piuttosto convenzionali. Non sappiamo se Catherine Deneuve, sempre più coraggiosa e autoironica, si sarebbe mai immaginata di interpretare un’apostola, figuriamoci di innamorarsi di un seducente gorilla.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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