Di nuovo in gioco - la recensione del film con Clint Eastwood

26 novembre 2012
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Il vecchio Clint torna a recitare diretto da altri nell’esordio registico di un suo collaboratore di vecchia data: un film imperfetto, ma onesto e non privo di sfumature.

Di nuovo in gioco - la recensione del film con Clint Eastwood

Ci sono film che non riusciranno mai a fare tre strike e vincere la partita a mani basse.
Non perché il loro lancio sia necessariamente troppo fiacco o senza particolari qualità, ma perché la loro traiettoria è talmente lineare e prevedibile da non sorprendere mai.
È il caso, ad esempio, di Di nuovo in gioco, il cui titolo originale, con involontaria autoironia, è Trouble with the Curve, “il problema con la palla curva”.

Quello che ha diretto, esordiente, il Robert Lorenz che ha fatto da assistente alla regia a Clint Eastwood in più di venti lungometraggi, e che con lui ha spesso lavorato anche in veste di produttore, è uno di quei film dove, dal primo minuto, riesci subito a capire tutto: come andranno le cose, come le vicende raccontate si intrecceranno e dipaneranno, cosa sarà dei singoli personaggi.
Un film improntato ad un classicismo d’altri tempi, nel quale è costante la tensione tra un romanticismo asciutto nei confronti delle persone e dello sport e una tendenza zuccherosa e sdolcinata. Dove Clint Eastwood, che torna a recitare diretto da altri in omaggio all’amico e collaboratore, recita il solito ruolo del Clint ringhiante ma dal cuore d’oro, dove la retorica sportiva legata a quella metafora della storia della cultura statunitense che è il baseball esplode nelle sue più canoniche e scontate declinazioni.

Sarebbe però troppo facile, e perfino sbagliato, stringere le mani attorno all’impugntura della mazza e colpire il film di Lorenz con energia, respingendolo in un umiliante fuoricampo.
Perché Di nuovo in gioco, nonostante alcuni aspetti decisamente respingenti (dagli incubi del protagonista Eastwood alla storia che vi si nasconde dietro) e altri assai poco riusciti (una superflua storyline romantica che coinvolge Amy Adams e Justin Timberlake) ha dalla sua alcuni elementi che, se non particolarmente interessanti, non si possono comunque definire poco validi.
Per quanto canonici e privi di particolari sorprese, infatti, sia il ritratto del personaggio di Eastwood che quello del rapporto fra il suo personaggio e quello della figlia interpretata da Adams sono tratteggiati con cura, e con un’efficacia capace di toccare corde emotive non superficiali.
E la complessiva onestà schietta, diretta e senza fronzoli della regia e della scrittura, che facilità la buona intesa tra i due attori, rende apprezzabili perfino tante ovvietà.

Che poi questa sorta di versione speculare di Moneyball che è Di nuovo in gioco racconti con credibilità gli eccessi miopi di coloro che, per puro tornaconto personale, decidono di rottamare l’esperienza nel nome di un rinnovamento che non vuol nemmeno sentir parlare di radici, appare perfino politicamente interessante, coi tempi che corrono in tutto il pianeta.
Perché il patrimonio culturale e di competenze di Eastwood, per quanto tarato da una incipiente e metaforica cecità che lo rende quasi inutilizzabile nel presente, è ancora capace di (far) cogliere sfumature che altrimenti sfuggirebbero. E, mediato con le esigenze e le modalità della contemporaneità, può e deve servire da co-fondazione per un rilancio propositivo verso il futuro.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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