Defiance - la recensione del nuovo film di Edward Zwick

22 gennaio 2009
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Arriva nelle sale questo weekend il nuovo film del regista di L’ultimo samurai e Blood Diamond, Edward Zwick. Si tratta di Defiance-I giorni del coraggio, un progetto a cui Zwick teneva molto, realizzato con soldi e risorse umane europee.

Defiance - la recensione del nuovo film di Edward Zwick

Defiance - la recensione

Ci sono storie che hanno necessità di essere raccontate al cinema, e girano per il mondo finché qualcuno non le trova e si sente investito da questo compito. E’ quello che è successo a Edward Zwick con Defiance, dal libro di Nechama Tec, "Defiance. Gli ebrei che sfidarono Hitler" (ed. Sperling & Kupfer) che racconta la storia dei fratelli Bielski, figli di una famiglia ebrea bielorussa i cui genitori vengono uccisi durante il rastrellamento del loro villaggio da parte delle SS naziste e della polizia locale collaborazionista. I Bielski non sono eroi, ma solo persone di carattere, insofferenti ai soprusi e all’autorità. La prima molla che li motiva è la vendetta, e il desiderio di mettere in salvo la pelle li induce a rifugiarsi nella foresta. Ma quando vi trovano altri scampati al massacro qualcosa scatta in loro, e Tuvia, il fratello maggiore, inizialmente in contrasto con Zus, decide di resistere, di difendere la comunità di disperati che si va formando, di farsi responsabile della loro sopravvivenza. Formano così un nucleo partigiano ebreo, che tiene in scacco i potenti mezzi del Reich. E’ un’impresa epica e in apparenza impossibile, ma alla fine della guerra da quella foresta usciranno oltre 1200 persone, sopravvissute alla fame, al gelo e alle incursioni tedesche. Una volta terminato il loro compito, Tuvia, Zus e Asael Bielski tornano alle loro vite, emigrano in America, formano delle famiglie e non parlano con nessuno di quello che hanno fatto. Ma storie come queste non possono essere dimenticate.

E’ per questo che quando 12 anni fa Zwick legge sulle pagine di un giornale newyorkese il necrologio di Tuvia e Zus Bielski scopre il libro che raccoglie le testimonianze dei salvati, va a conoscere le loro famiglie e decide di portare sullo schermo una storia che può servire di insegnamento alle giovani generazioni. Con una genesi così particolare, ci si poteva aspettare che Defiance grondasse retorica da tutti i fotogrammi. Fortunatamente non è così, ma il film si mantiene sobrio e compatto, forte di una storia talmente affascinante da sembrare inventata. Principale elemento di attrazione di Defiance, oltre alla trama, è il cast che Zwick è riuscito a mettere su: tutti gli attori sono stati disposti, visto il budget limitato del film, a rinunciare ai soliti compensi, a partire dalla star Daniel Craig, mentre per Liev Schreiber, di religione ebraica, è facile immaginare un coinvolgimento più viscerale.

Se Craig si impone con il ritratto di un personaggio fisico, lacerato e conflittuale, umano e non privo di difetti ma affidabile, un leader naturale che arringa la comunità seduto in groppa a un cavallo bianco, ruba spesso la scena a tutti Jamie Bell nel ruolo del fratello minore Asael, che diventa uomo durante i tragici avvenimenti di cui è testimone e attivo protagonista. Ma anche i comprimari, soprattutto gli attori lituani coinvolti nel ruolo dei soldati dell’Armata Rossa, interpretano con forza e intensità i loro ruoli. Unico appunto: le donne appaiono spesso troppo belle, troppo eteree, troppo “pulite”, in condizioni tanto drammatiche. E’ il caso ad esempio della brava Alexa Davalos, vista recentemente in The Mist, che diventa la donna di Tuvia e finirà con lo sposarlo.

Il film è pieno di temi e spunti interessanti, e propone la sua particolare sfida allo spettatore: è straziante pensare a cosa avremmo fatto trovandoci in una situazione del genere, in cui ogni decisione è questione di vita e di morte. Forse avremmo scelto anche noi, come i rifugiati nella foresta, di rimanere umani e non trasformarci, secondo la volontà dei nemici, in animali braccati. Mantenere la civiltà, simulare un’esistenza “normale”, dare vita a una comunità con regole, leggi e divieti, è quello che ha permesso a queste persone di sopravvivere. E anche imbracciare le armi per difendersi, se solo se ne ha la possibilità, è un dovere morale e forse perfino religioso.

Un plauso alla bella fotografia di Eduardo Serra, alle musiche di James Newton Howard e a tutti i reparti tecnici che sfruttano al meglio il budget non hollywoodiano di un film quanto mai tragicamente attuale.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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