Dallas Buyers Club - la recensione del film con Matthew McConaughey

09 novembre 2013
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Una storia vera che regala la performance della carriera all'attore texano

Dallas Buyers Club - la recensione del film con Matthew McConaughey

Ci sono film che sembrano sulla carta fatti con in mano uno schema statistico dei vincitori degli Oscar. Prendiamo Dallas Buyers Club e diamo uno sguardo alla sinossi: storia vera, un protagonista pieno di difetti, a dirla tutta una personaccia, che durante il suo cammino si trova di fronte una malattia implacabile che lo pone di fronte alla morte, che lo cambierà nel profondo, canalizzando la sua rabbia in una lotta per se stesso, ma anche per i malati di AIDS come lui. Aggiungiamo che si troverà in lotta contro un gruppo di persone ben più potenti di lui, in questo caso addirittura un’agenzia del governo, per lottare una battaglia giusta contro un cattivo subdolo che non può che farci stare dalla sua parte. Ah, quasi dimenticavamo che per fare tutto ciò l’attore protagonista perde molto peso e regala una di quelle prestazioni fisiche che tutti gli attori sognano.

Insomma, tutto al punto giusto.
La cosa strana, però, è che funziona. La macchina emotiva di Dallas Buyers Club riesce a smentire il cinico, a emozionare l’arido e a intrattenere l’apatico. Allora ci viene in mente che in fondo quegli schemi sono stati il segreto del successo di Hollywood, se abilmente usati. Allora la figura dell’omofobico bifolco texano Ron Woodroof ci colpisce al cuore; senza farne un santino, ma riuscendo a mantenerlo dannatamente pieno di difetti pian piano diventa impossibile non affezionarsi. Jean-Marc Vallée riesce a divertire, indignare, emozionare, commuoverci, non forzando all’estremo nessuno di questi aspetti. Impossibile, poi, non parlare degli attori: naturalmente della grande performance di Matthew McConaughey (che così scheletrico sembra il fratello coi baffi del Christian Bale di L’uomo senza sonno), ma anche del travestito Jared Leto, che evita la maniera e rende umano il suo personaggio.

Intrappola nella sua ragnatela, Dallas Buyers Club, ci riporta indietro agli anni ’80, all’arrivo di una malattia così mal affrontata e ammantata di pregiudizi per anni. Identifica poi un nemico classico come chi cerca il profitto mentre promette la guarigione, che diventa l’ostacolo che si frappone fra un malato e la possibilità di affrontare la morte con dignità. Più che una lotta per la sopravvivenza, infatti, il film è l’urlo disperato, interiore, di un uomo fragile che si rende conto con sorpresa di aver diritto anche lui a un momento di dignità; a salire in groppa a un toro in un rodeo per un’ultima volta, ad armi pari.




  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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