Dall'altra parte - recensione del film croato sulla colpa e il perdono

24 marzo 2017
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Un film intenso e necessario sulle conseguenze umane del conflitto fratricida jugoslavo, raccontato come un thriller dell'anima.

Dall'altra parte - recensione del film croato sulla colpa e il perdono

Vesna è una donna di mezza età dalla bellezza ormai sfiorita, che vive a Zagabria, dove presta assistenza agli anziani non autosufficienti. Ha due figli grandi: uno sposato e padre, l'inquieto Vlado, e Jadranka, che sta per sposarsi. Una telefonata inattesa del marito la riporta però a un passato dal quale è fuggita 20 anni prima, quando nel suo paese infuriava il conflitto etnico e fratricida che ha distrutto tante famiglie, incluso la sua.

È un film prezioso e necessario Dall'altra parte di Zrinko Ogresta, non a caso candidato dalla Croazia come suo rappresentante agli Oscar. Lo è perché ci riporta, senza sovrapporsi alle vicende umane che accomunano tragicamente vittime e carnefici di ogni conflitto, alla terribile eredità della guerra che lacerò l'ex Jugoslavia del dopo Tito, meta preferita di vacanze degli italiani, così vicina e improvvisamente così lontana. Un conflitto orrendo, con gli orrori medievali delle pulizie etniche, gli stupri, le fosse comuni, lo scatenarsi di pulsioni inimmaginabili sotto il controllatissimo regime del maresciallo Tito, che mantenne per 27 anni l'illusione dell'unità di un paese profondamente diviso (non è un caso se oggi un'ampia maggioranza della popolazione dichiara di rimpiangere quei tempi). 25 anni dopo l'assedio di Sarajevo (5 aprile 1992) e 21 dopo la fine delle ostilità, anche il cinema riflette sui danni morali che hanno segnato la vita delle persone coinvolte loro malgrado o volontariamente in prima linea.

Non è affatto semplice raccontare il trauma di generazione da un punto di vista umano, ma Dall'altra parte, diretto con grande coscienza e coerenza stilistica da Ogresta sulla scorta di un testo di Mate Matišić (anche autore delle musiche), ci riesce benissimo. C’è sempre un’altra parte in una guerra, ci sono sempre vittime e colpevoli, ma tanti anni dopo la vita va avanti ed è umano e legittimo volersi lasciare alle spalle la sofferenza e l’orrore. Solo che non sempre la coscienza te lo permette e a volte basta poco a risvegliarla, a creare l’illusione di una ripartenza, non sempre facile o possibile. Costruito come un thriller dell’anima, questo film raffinato ed essenziale riesce, nella durata esigua di 80 minuti, a condensare il vissuto di chi in quegli anni si ritrovò d’un tratto nemico dei vicini con chi aveva sempre convissuto pacificamente, e i cui cari si resero colpevoli di crimini le cui colpe sono ricadute su di loro e sui figli.

L’umanità di Vesna è mostrata nella semplice generosità con cui svolge il suo lavoro, nella sollecitudine per i figli e perfino per l’amante del figlio. La vediamo smarrita e in crisi quando risente la voce dell’uomo che aveva tentato di dimenticare e che è stato processato per crimini di guerra, o quando due dei suoi ex vicini di tanti anni prima la raggiungono chiedendole se può aiutarli a rintracciare le fosse comuni dove sono sepolti donne e bambini del loro villaggio. E capiamo cosa vuol dire avere un passato doloroso quando cerca di aiutare come può i figli che portano un cognome infamato dalle azioni del padre. L’orrore affiora così, mai esplicitamente mostrato, nella ricerca di una conciliazione e di un perdono per ottenere i quali forse bisognerebbe essere disposti a parlarsi, a guardarsi in faccia, a mostrare le proprie ferite, da qualunque parte siano state inflitte.

E non è un messaggio pacificatorio in senso qualunquista quello di Ogresta e Matišić: le colpe sono chiare, ma le vittime stanno in ogni caso da entrambe le parti. Dall’altra parte di tende, pareti, frapponendo tra noi e i protagonisti ostacoli visivi, il regista racconta la storia con uno stile parallelo al senso del racconto, con piani sequenza che ci portano spesso alle loro spalle, e nelle conversazioni telefoniche in cui si dispiega un ulteriore dramma, che verrà svelato solo nel bellissimo finale. Anche se ci sono indizi ad anticiparlo, non siamo stati in grado di indovinare quale fosse e certo non ve lo riveliamo, perché è un ulteriore elemento di sorpresa in un film che ci dice quanto siamo vicini e al tempo stesso lontani, e quanto poco basti per ricongiungere due vite. Straordinaria l’interpretazione di Ksenija Marinković e quella - soprattutto vocale - di Lazar Ristovski, attore di fama internazionale che ricordiamo da Underground, perfetti interpreti di un film giustamente distribuito (e siamo grati per questo all’ottima Cineclub Internazionale Distribuzione) in lingua originale con sottotitoli.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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