Da 5 Bloods - Come fratelli: recensione del nuovo film di Spike Lee in streaming su Netflix

10 giugno 2020
3.5 di 5

Spike lee mescola avventura, azione, guerra, umorismo e violenza. Ma Da 5 Bloods, prima di tutto, è un film che gioca su un doppio (anche triplice) piano di lettura, ragionando sulla storia americana recente per parlare, come il BlacKkKlansman, del presente e del futuro. In streaming su Netflix dal 12 giugno.

Da 5 Bloods - Come fratelli: recensione del nuovo film di Spike Lee in streaming su Netflix

Una delle scene più significative e intense di Da 5 Bloods è quella in cui, nella giungla vietnamita, il personaggio di Paul (interpretato da un bravissimo Delroy Lindo) si lancia in un monologo solitario e delirante, tenendo lo sguardo fisso nell’obiettivo della macchina da presa di Spike Lee, e quindi fissando noi che guardiamo il film.
Senza spoilerare, Paul è uno dei quattro veterani che tornano in Vietnam per recuperare le spoglie di un quinto amico caduto in battaglia, ma anche per portare a casa un tesoro che avevano trovato nella stessa giungla dove l’amico era morto. Dei quattro protagonisti (cinque, se consideriamo anche il figlio dello stesso Paul) è assieme all’Otis di un Clarke Peters se possibile ancora più bravo il personaggio principale del film, e di gran lunga quello più complesso, tormentato, simbolico e interessante.

In quel monologo carico da rabbia, dolore, rancore e determinazione, non è mai davvero ben chiaro a chi si stia rivolgendo Paul, perché sembra che nella sua testa il destinatario di quelle parole cambi sempre: i suoi amici (i suoi fratelli, "my bloods"), i suoi antagonisti, il governo americano, lo spettatore.
Allo stesso tempo, quello che dice ha numerosi livelli di lettura: a seconda di chi pensiamo o vogliamo pensare si rivolga, certo, ma l’ambiguità di quelle parole - e di tutto quello che anima Paul - è qualcosa di chiaramente voluto da Spike Lee.
Uno Spike Lee che, esattamente come in BlacKkKlansman, parla di un passato recente della storia americana per parlare del presente (del futuro, verrebbe da dire, pensando a quello che sta succedendo in questi giorni, mentre scrivo, negli Stati Uniti e nel mondo).

Paul, il nero che ha votato per Trump a causa della sua rabbia, che indossa un berretto MAGA e che, in quel monologo dice “YOU made me malignant”; dice “The US Government will not take me out”; e poi dice “Right on!” e mostra il pugno chiuso alzato verso il cielo, che Lee riprende in primo piano. Paul, che poi prosegue, e dice “Do your thing, show you’re right” e “We're always outnumbered”.
Tutte frasi che, già ambigue per via del contesto, lo sono ancora di più per quella studiata valenza che le fa riferire agli avvenimenti specifici del film, della guerra in Vietnam (quel Vietnam che i protagonisti del film definiscono “una guerra immorale, che non era nostra, per diritti che non avevamo”), della situazione politica e razziale negli Stati Uniti di oggi. Gli Stati Uniti di quel Trump direttamente ed esplicitamente tirato in ballo in più di un’occasione.

Da 5 Bloods è un film molto complesso, e molto ambizioso. Non sempre va a segno, e a Spike Lee manca un po’ della radicalità essenziale di film recenti come Il sangue di Cristo o Chi-Raq, o della forza narrativa di BlacKkKlansman, ma dalla sua ha sempre l’energia inesauribile del suo cinema e del suo modo di usarlo per raccontare storie.
Se BlacKkKlansman giocava in maniera inedita per il regista con la commedia, Da 5 Bloods mescola avventura, azione, guerra, umorismo, violenza e dramma in una sarabanda di avvenimenti che omaggiano tanto il cinema (con gli inevitabili riferimenti ad Apocalypse Now) quanto la storia e la cultura degli afroamericani, citando Crispus Attucks, i Buffalo Soldiers, Muhammad Ali, Edwin Moses e il Reverendo King, sulle cui immagini e sulle cui parole Lee ha scelto di chiudere il film.
Già l’operazione era complessa così, figuriamoci poi se - appunto - Lee si è messo in testa di raccontare una storia che viaggia costantemente su tre livelli diversi, capace di ragionare al tempo stesso sul passato e sul presente, raccontando quindi la stasi dell’evoluzione politica e sociale degli Stati Uniti in questi ultimi cinquant’anni, e di mettere in scena due personaggi (Peter e Otis) che rappresentano due modi diversi di affrontare quei problemi e quei traumi.

Scivolate, quindi, erano inevitabili. Ma tra battute, litigate, lingotti d’oro, inserti in pellicola che raccontano il passato, piccoli ma significativi ruoli di Jean Reno e Mélanie Thierry, ragionamenti su cosa ha fatto l’America ai vietnamiti e cosa agli afroamericani, su cosa voglia dire e debba essere oggi opporsi e ribellarsi per cambiare le cose, riconciliarsi col passato per migliorare il futuro, su cosa significhi oggi la fratellanza tra i neri e tra tutti gli oppressi dalla violenza del sistema, Da 5 Bloods ha la capacità di tirarti dentro, e tenerti lì. E Spike Lee il suo risultato, tutto mirato sul presente e il futuro del suo paese, lo porta a casa eccome.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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