Creed: la recensione del film con Sylvester Stallone e Michael B. Jordan

14 gennaio 2016
3.5 di 5
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Solidità e sensibilità sono la forza del film che non delude.

Creed: la recensione del film con Sylvester Stallone e Michael B. Jordan

Sei film tra il 1976 e il 2006 non sono bastati. La settima volta di Sylvester Stallone arriva da questo spin-off con una storia che vuole sedurre le nuove generazioni così come Rocky fece negli anni 70. Ricominciare da dove tutto è iniziato, là dove coraggio, determinazione e fiducia in se stessi erano valori reali prestati dallo squattrinato Stallone all’amico immaginario Rocky Balboa. Entrambi uscivano dall’anonimato diventando fonte di ispirazione per molte, molte persone che ancora oggi passando per il Museum of Art di Philadelphia non possono far altro che correre su quella lunga gradinata, diventata metafora di scalata verso la vittoria contro le proprie paure e insicurezze.

La boxe è uno strano sport che asseconda la primordiale indole maschile di fare a botte. La boxe è virilità, è fatica, è istinto, è sfogo, è muscoli, è cervello ed è un perfetto mezzo di trasporto per arrivare a dominarsi, per conoscere i propri limiti e superarli. Anche lo yoga lo è, ma cinematograficamente avrebbe un diverso impatto. Creed - Nato per combattere ricomincia con il figlio di Apollo, anche lui con un nome greco come il padre, anche lui con quell’istinto nel sangue. Ma l’eredità che Adonis Creed raccoglie è quella di Rocky, pronto a fare da coach al ragazzo del suo defunto amico e storico rivale.

Creed è un film che guarda al primo Rocky, vincitore dell’Oscar nel 1977 come migliore pellicola dell’anno. Lo guarda dal basso, con ammirazione, ne segue i passi, gli snodi narrativi, stesso gioco di gambe, stessa progressione. Ma Creed vuole farcela da solo, umilmente e con coraggio, come Adonis pretende di fare per sottrarsi all’ombra di Apollo. Il film onora Rocky nel dargli non l'ennesimo pretesto per allungarsi la vita cinematografica, ma il ruolo che gli spetta di uomo solo, vecchio e acciaccato. Ed è sorprendente quanto la storia colpisca forte, senza errori, senza banalità, soprattutto tenendo presente che il regista e co-sceneggiatore Ryan Coogler non ha ancora compiuto trent’anni.

Coogler sa come assestare i colpi senza usare la forza. La sensibilità di racconto priva di stereotipi che mette in scena, rivela inequivocabilmente il suo talento. Magistrale è la sequenza del primo match di Adonis Creed, a metà film, un lungo piano sequenza sul ring morbido nello stile perché già violento nei contenuti. È con quella scena che il regista si assicura l’ancoraggio tra il pubblico e il suo protagonista interpretato da un profondo e credibile Michael B. Jordan. Sono invece la storia e la memoria che mettono Rocky sotto una luce diversa, tenera e misurata, grazie anche a un davvero bravo Sylvester Stallone che gli restituisce l’umanità del primo memorabile capitolo.



  • Giornalista cinematografico
  • Copywriter e autore di format TV/Web
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