Comedians: la recensione del nuovo film di Gabriele Salvatores

09 giugno 2021
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Salvatores torna a lavorare sulla pièce di Trevor Griffiths che aveva messo in scena negli anni 80 col Teatro dell'Elfo, con la consapevolezza di un uomo di trent'anni più vecchio. Con l'aiuto di un grande Natalino Balasso, coglie un'umanità di personaggi e relazioni che mancava da troppo. Al cinema dal 10 giugno. Recensione di Federico Gironi.

Comedians: la recensione del nuovo film di Gabriele Salvatores

Sarà capitato anche a voi di avere una musica in testa, certamente, ma forse anche di tornare a distanza di anni su qualcosa che avevate letto, visto, ascoltato, amato nel passato, e magari su cui avete lavorato sopra, e riscoprirla daccapo, cogliendo cose nuove, o diverse, di quelle che avevate colto la prima volta.
Di sicuro questo è capitato a Gabriele Salvatores, che si è rimesso sulla pièce di Trevor Griffiths che aveva portato in scena col Teatro dell'Elfo nella Milano da bere degli anni Ottanta, lanciando la carriera di gente come Paolo Rossi o Claudio Bisio, e che aveva utilizzato come base per costruire il suo secondo film, il deliziosamente surreale Kamikazen - Ultima notte a Milano.
Perché è ovvio, e dichiarato, che Comedians è qualcosa di molto diverso da quello spettacolo teatrale, e da quel film.
Incorniciato da due bellissime canzoni di Tom Waits ("Rain Dogs" in apertura, "Downtown Train" in chiusura), Comedians è fedelissimo al testo di Griffiths, assai più di quanto Salvatores non avesse fatto nel passato.
Ed è un film che fin dalle prime immagini - quelle di emarginati ai bordi delle strade di una città indefinita - e da una fotografia livida firmata da Italo Petriccione, rivela la sua natura malinconica, una tensione sotterranea che esplode nel conflitto tra i protagonisti, e che non è solo legata alla filosofia della comicità, ma che riguarda qualcosa di più ampio e universale, direi quasi di esistenziale.

Si discute ovviamente della natura del comico, dei limiti dello stesso, di e con cosa far ridere, nel film di Salvatores e nel testo di Griffiths. Della comicità in grado di minare le insicurezze, rivelare il mondo, svelare le ipocrisie, anche assestando colpi duri, e di quella che invece intrattiene, consola, rassicura. Quella per cui ci vuole talento e deteminazione, la vera bravura, e quella fatta invece per avere un più facile successo popolare. Agli estremi di questo spettro, due personaggi: Eddi Barni, il maestro che cerca di insegnare l'etica della comicità ai suoi scalcagnati studenti, e Bernardo Celli, suo ex partner di stand up, colui che si è venduto al lato oscuro, alla tv e all'intrattenimento banale, e che gli studenti di Barni li dovrà giudicare.
Con mossa spregiudicata che non ha bisogno di molti commenti né di spiegazioni, Salvatores ha voluto per il primo Natalino Balasso, che da solo vale il prezzo del biglietto ed è colonna portante e architrave di tutto il film, e per il secondo Christian De Sica.
In mezzo, tutti gli altri. Ale & Franz, Walter Leonardi, Vincenzo Zampa, Marco Bonadei (con un look alla Nick Cave, e secondo me non è per nulla un caso). E pure Giulio Pranno del precedente film di Salvatores, Tutto il mio folle amore, nel ruolo del più giovane del gruppo, quello con cui il Berni di Balasso instaura un conflittuale ma amorevole rapporto dialettico padre-figlio, più che mentore-allievo.

Fatta salva l'interpretazione di Balasso, che non sbaglia un tono e un gesto manco a pagarlo oro, non tutto e non tutti in questo ensemble suonano alla perfezione. Non sempre i toni sono accordati, e si rischia a tratti di deragliare dai pur precisi binari del testo.
Ma c'è un aspetto che è innegabile, in Comedians. C'è il fatto che erano almeno più di dieci anni (sicuramente dai tempi di Come Dio comanda, ma volento anche da quelli di Happy Family, che in qualche modo si può cosiderare un gemello diverso, lieve e solare di questo film qui) che Gabriele Salvatores non trovava e raccontava così bene l'umanità dei suoi personaggi, e le loro traiettorie dialettiche. Un Salvatores al quale va dato atto, per l'ennesima volta, di sapersi sempre mettere alla prova e reinventare.

Comedians è discontinuo, e imperfetto (Balasso a parte, ma l'ho già detto, credo), ma quello che racconta benissimo - oltre ai ragionamenti sul comico che sono di grandissima attualità nell'era suscettibile, vacua e sciocca che stiamo vivendo - è la malinconia esistenziale dei suoi protagonisti. Di tutti i suoi protagonisti.
Che sono tutti, ognuno a suo modo, come le famiglie di Tolstoj, infelici e sconfitti, o comunque alla ricerca di una riscossa, di un riscatto, di una chance per porter riprendere in mano le loro vite, o magari agire sul mondo.
Che la strada che scelgono per farlo sia quella più semplice, o quella più ardua ma più virtuosa, in fondo conta quasi poco. E la dolente ma serena accettazione delle cose da parte del Berni di Balasso, in fondo, sembra quasi quella dello stesso Salvatores, uno che non si tira certo indietro nel dire la sua, nei film e non solo, ma che ha esperienza e saggezza sufficienti per non indignarsi se qualcuno non gli dà retta.
D'altronde, come ha detto lui stesso, la vita è troppo breve per stare dietro a cose e persone che non ci piacciono.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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