Come non detto - la recensione del film di Ivan Silvestrini

06 settembre 2012
3.5 di 5

Arriva nelle sale un film italiano decisamente fuori dalla norma, un'opera prima divertente e intelligente sul problema di fare coming out.



Il cinema ci ha raccontato spesso la paura e la vergogna, ma anche l'orgoglio di essere gay. Non sempre però, almeno da noi, è riuscito a dipingerci la normalità, il diritto e la gioia di essere tale.
Per il suo debutto da sceneggiatore, Roberto Proia si ispira alla propria autobiografia e sceglie di narrare il problema del coming out, che poi è il dichiararsi al mondo per come si è veramente, in forma di favola con gli happy ending di rito.
L'autore non ha la pretesa di farne una storia paradigmatica o “didattica”, ma essendo persona positiva e in pace con se stessa, la prende a pretesto per raccontare come a volte accettarsi e farsi accettare sia più facile di quello che pensiamo.
Nel caso del protagonista del film, Mattia, la difficoltà di dirlo in famiglia è quasi solo nella sua testa. I genitori - madre svaporata e passiva in cerca di riscatto, padre macho e omofobo - lo adorano, così come la nonna e l'amica del cuore, mentre l'amico Giacomo è prodigo di aiuti e consigli. Eppure la confusione è grande sotto il cielo. Così, bugia chiama bugia, finché l'edificio che Mattia si è costruito per proteggersi rischia di crollargli addosso e seppellirlo.

Poi, come sempre capita al momento di affrontare l'ignoto - specie in una società come la nostra, che rifiuta la diversità e le minoranze di ogni genere - il protagonista si fascia la testa all'inverosimile, proiettando sugli altri le proprie debolezze e i propri timori, senza rendersi conto di trasformarli a sua volta in stereotipi. Con intelligenza, gli autori calcano la mano proprio su questo aspetto, per dimostrarci che a volte l'apparenza inganna e che è il sentimento a dettare le proprie regole. Spesso contro tutte le etichette, le maschere e i cliché che mettiamo, indossiamo e ripetiamo solo per l'educazione ricevuta o per sentito dire, senza riflettere sul loro vero significato.

Anche per questo Come non detto, che si presenta volutamente sotto le spoglie di commedia “per tutti” è una boccata d'aria fresca nel nostro cinema. Perché ci fa ridere con (e a volte di) un protagonista che sa ridere di se stesso e ci conquista con il suo candore, e senza cadere nelle trappole del sentimentalismo e della battuta becera punta tutto sull'autenticità di personaggi, anzi di persone, che abbiamo incontrato e conosciuto.

Ci fa piacere che in un paese in cui il “giovane regista debuttante” ha di media superato i 45 anni, l'esordiente in questione, Ivan Silvestrin,  sia davvero anagraficamente vicino ai personaggi che dipinge con sguardo colorato, sensibile e divertito. E per una volta ci sembra giusto citare tutti gli attori, che nel finale corale e teatrale hanno il loro momento di gloria: Monica Guerritore trova una seconda giovinezza artistica nella commedia, compiendo una conversione degna di un film di John Waters (non a caso la sua dichiarata ispirazione è la Kathleen Turner di La signora ammazzatutti), Ninni Bruschetta è misurato e divertente senza mai strafare ed è irresistibile la coppia di coniugi coatti di Valentina Correani e Andrea Rivera. Note di merito anche alla caparbia nonnina di Lucia Guzzardi, all'amica del cuore di Valeria Bilello e a Francesco Montanari, che sfodera un' inedita e ragguardevole performance nel doppio ruolo di Giacomo/Alba Paillettes. Quanto al protagonista Josafat Vagni, che tra una performance teatrale e l'altra nella vita continua a fare il cameriere, il suo esordio ci è piaciuto tanto che gli auguriamo che quello dell'attore diventi per lui l'unico lavoro giustamente retribuito.

Con tutto questo non vogliamo certo dire che Come non detto sia un miracolo. Di sicuro non è – non vuole esserlo - un film politico o rivoluzionario, anche se gli autori non ignorano che là fuori c'è un mondo “cattivo e senza pietà”, come recitava Nicolas Cage in Cuore selvaggio. Ma, nel panorama del recente cinema di genere italiano, ha sicuramente una marcia in più, e può servire ai veri Mattia in crisi di identità come stimolo a volersi bene, nonostante tutto e tutti.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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