City of Angels: recensione del melò new age con Nicolas Cage e Meg Ryan

11 marzo 2020
2.5 di 5

Ispirato a Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders, il film ha una sua dolcezza, oltre a due protagonisti in splendida forma e a una colonna sonora che spacca.

City of Angels: recensione del melò new age con Nicolas Cage e Meg Ryan

Ha qualcosa della Meredith Grey di Grey's Anatomy il chirurgo toracico Maggie Rice che Meg Ryan interpreta in City of Angels, sebbene Ellen Pompeo e la fidanzatina d'America di un tempo non si somiglino un granché, ma l’indugiare forse eccessivo di buona parte del film sulla routine di un non ben identificato ospedale di Los Angeles ci riporta al medical drama per eccellenza degli ultimi 15 anni, e siccome si tratta di materiale che conosciamo e che in qualche modo sempre ci incuriosisce, ci sentiamo un po’ a casa, o meglio in sala operatoria, dove un intervento non va come dovrebbe, mandando in crisi la deliziosa protagonista. Nelle corsie della serie inventata da Shonda Rhimes, però, non circolavano a piede libero angeli che aiutavano i pazienti morti a congedarsi dalla vita mettendo delicatamente le mani sulle loro spalle o prendendoli sottobraccio, e questo elemento new age dà certamente a City of Angels un valore aggiunto, nonostante il fatto che una simile storia l'abbiamo già vista e sentita, avendola narrata Wim Wenders nel 1987 ne Il cielo sopra Berlino.

Ovviamente il paragone con il capolavoro del regista tedesco sarebbe impietoso, e allora non resta che valutare il film in sé, lodandone innanzitutto la dolcezza. Ha una maniera delicata di raccontare Brad Silberling, e a Nicolas Cage il regista offre un personaggio che avrebbe potuto tranquillamente essere interpretato dal caro James Stewart. L'angelo Seth è calmo, protettivo, a suo modo ingenuo e curioso di vivere le sensazioni che provano gli esseri umani, a cominciare dal calore che provoca un abbraccio o un bacio. Seth e i suoi "colleghi" che osservano dall'alto una LA da cartolina con cieli arancioni e palme alla Collateral di Michael Mann, danno a City of Angels un grande impatto visivo, e anche se, a fine secolo, gli angeli andavano di moda, anzi quasi quasi erano parte integrante della cultura pop, Silberling e la sceneggiatrice Dana Stevens sembrano essersene serviti anche per lanciare un messaggio di speranza, la speranza che esista qualcosa dopo la morte e che quindi, quando sarà il nostro momento, quella grande luce di cui parla chi è stato in coma la vedremo veramente. Il film ci dice anche che le persone che abbiamo amato e che non ci sono più almeno le abbiamo avute, e magari abbracciate, ed è una cosa da non sottovalutare.

E poi c'è Cage, e chi di noi non vorrebbe essere protetto e languidamente osservato nei momenti di difficoltà da una creatura soprannaturale senza ali con il volto che l'attore aveva ai tempi di Face/Off e Con Air? Per esigenze di copione, Nicolas ci restituisce una performance misurata e le goffaggini del suo Seth inteneriscono, peccato che quando il personaggio va incontro a un cambiamento, il nostro cominci a fare la faccia da pazzo che ben conosciamo e a roteare gli occhi. Per fortuna è un attimo, e precede una cascata di melassa. Ecco, è quando il romanticismo vince su tutto che City of Angels si guasta. E allora all'amore puro e sempiterno fra l'angelo e l'umana finiamo per crederci ben poco. Migliore è la parte intermedia del film, in cui Seth incontra un suo simile trasformato in un uomo che diventa per lui una specie di Virgilio o di Alfred Pennyworth o di Pai Mei. Anche lo "scontro" fra le abitudini di Seth e quelle di Maggie diverte, mentre non molto verosimile è la tranquilla accettazione, da parte di Maggie, delle stranezze del suo amico, scambiato in un istante persino per un clochard.

Prodotto Miramax di fine secolo dal primo all'ultimo fotogramma (per la confezione patinata, il romanticismo à go-go e gli attori bellocci), City of Angels non è trash ma un po’ kitsch sì, e, come il vino, invecchiando migliora. Infine può contare su una colonna sonora indimenticabile, di cui fanno parte "If God Will Send His Angels" degli U2, "Uninvited" di Alanis Morrisette e soprattutto "Iris" dei Goo Goo Dolls, ballata struggente diventata un brano a dir poco cult dell'epoca. 



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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