Chiamami con il tuo nome: recensione del film di Luca Guadagnino presentato al Festival di Berlino 2017

13 febbraio 2017
3.5 di 5
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Lo stile affettato di Guadagnino e le sue messe in scena idilliache, incontrano una storia carica di sentimento.

Chiamami con il tuo nome: recensione del film di Luca Guadagnino presentato al Festival di Berlino 2017

Non sono mai stato tra gli hater di Luca Guadagnino. Avevo trovato Io sono l'amore un bel film, e anche A Bigger Splash aveva dentro delle cose molto interessanti. Certo, lui ci mette del suo, con coraggio, a esporsi a tutta una serie di critiche: che riguardano, primariamente, lo sfoggiare esibito della sua cultura borghese di provenienza (peccato spesso imperdonabile, nel nostro paese), e alcune sue affettazioni stilistiche che risultano spesso stucchevoli.
Ma vero è che al suo cinema, a volte, si dà contro oltre misura e oltre ogni ragionevole relazione con la materia dei suoi film.

Molto probabilmente, Chiamami con il tuo nome sarà il film che segnerà la pace tra Guadagnino e certa critica: un po' paradossalmente, perché è un film ancora più affettato di altri, anche se in maniera più sottile. Ma è anche vero che dalla sua ha che racconta una storia bella e "giusta" con una maggiore adesione emotiva rispetto a quanto fatto vedere finora.
La storia è quella di formazione - scritta da André Aciman, il cui romanzo Guadagnino ha adattato con James Ivory e con Walter Fasano - che vede Elio, un 17enne in vacanza, innamorarsi di Oliver, lo studente 24enne suo padre archeologo che trascorre sei settimane nella loro villa di Crema.

Come tutti quelli di Guadagnino, anche quello di Chiamami con il tuo nome è un mondo fatto esclusivamente di alta borghesia intellettuale: qui siamo all'interno di una famiglia franco-american-italiana, dove si parlano le lingue con disinvoltura, si studia la musica classica, si legge poesia, si parla di politica ed etimo dei termini, mentre la servitù prepara pranzi e cene e tutti passano il loro tempo mollemente adagiati nella lettura di quel classico o quel saggio.
È il mondo idilliaco e un po' decadente, nel quale si muove un ragazzino adolescente e un po' viziato, dai modi francamente insopportabili - come quelli di tutti i 17enni del mondo, noi compresi -, vittima di turbamenti e passioni che ne fanno emergere le fragilità più profonde e malinconiche: come quelle di tutti i 17enni del mondo. Noi compresi.

Gli antipatici personaggi di Guadagnino (che però li fa recitare molto bene, su tutti il giovane Timothée Chalamet)ce la mettono tutta per farti rompere col film. Le discussioni fasulle e ostentate (le liti a tavola su Craxi e il pentapartito, il rammarico per la morte di Buñuel e l'imbarbarimento della cultura) e gli ammiccamenti del regista (specie musicali, ma anche le punteggiature storiche con Beppe Gillo; e non mancano scene al limiti del trash che vedono protagoniste una pesca e la masturbazione, sulle note di "Radio Varsavia" di Battiato) stanno lì apporta per infastidirti, pare. E spesso riescono nel loro intento.
C'è però qualcosa, nel racconto della passione che nasce tra Elio e Oliver, nei patimenti del giovane, di talmente forte e universale da tenerti lì anche quando non vorresti, anche quando lo stridere tra quel cuore lì e il mondo fasullo che li circonda è quello delle unghie sulla lavangna.
E c'è un monologo finale, un discorso fatto a Elio, sfranto dal dolere per la partenza dall'amato, da un padre che fino a quel momento sembrava solo un po' un cretino, che vale da solo tutto il film, per toni e sincerità.

È stato in fondo proprio Guadagnino, in conferenza stampa a Berlino, a dire che in fondo Chiamami con il tuo nome è "un film sulla trasmissione della conoscenza", un film che al regista piacerebbe "diverse generazioni vedessero assieme". Ed è stato lo stesso Guadagnino, nella stessa sede, a dirsi "bertolucciano, e quindi renoiriano." Ha omesso solo "viscontiano", ma lo aggiungo qui io per completezza.
Peccato che il grande amore del regista per questi suoi illustri predecessori si traduca spesso, almeno in questo caso, in uno scimmiottamento non necessario di uno stile e di una sensibilità, e che troppo spesso Chiamami con il tuo nome appaia una versione fuori tempo massimo di Io ballo da sola, modernizzata appena da quel paio di b-sides di Sufjan Stevens che Guadagnino ha voluto in colonna sonora come sostituto ideale della voce narrante presente nel libro di Aciman.

Peccato anche, e soprattutto, che questo film (che è vero, come dice il suo autore, essere un "film per tutti") tenti in tutti i modi di annegare i suoi pregi nell'esibizione di una maniera e di vezzi. Che il senso ultimo del racconto di Guadagnino sia quello di annegare la passione e il sentimento carnale in un ideale classico (anche di cinema), per cui i protagonisti sono ritratti alla stregua delle statue elleniche tanto amate dal padre di Elio, la pena amorosa è una fonte alla quale abbeverarsi, un ideale sublimando il sentimento e nascondendo nel fuori campo la dimensione carnale, così come nel fuori campo è relegato tutto il "brutto" di questo mondo.
Ci prova, Chiamami con il tuo nome, a tirarsi a fondo da solo: fortunatamente, per lui e per noi, non ci riesce. Almeno non del tutto.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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