Charlie Says - la recensione del film sulle Manson Girls

13 agosto 2019
3.5 di 5

Un film che ci racconta la storia dall'inedito punto di vista dell'attivista che lavorò con le giovani assassine in carcere, ben diretto e recitato, con qualche zona d'ombra.

Charlie Says - la recensione del film sulle Manson Girls

È passato mezzo secolo da quel maledetto 9 agosto 1969 che chiuse – almeno idealmente - l'era del flower power e la cui ricorrenza riapre ferite mai sanate nei superstiti e continua ad affascinare chi cerca di comprendere l'enigma della mente umana o chi è soltanto attratto dalla morbosità di una vicenda di cui si sa ormai – se si vuole – praticamente tutto e da tutti i punti di vista. C'è un motivo per cui la strage di Bel Air e il successivo omicidio dei coniugi LaBianca hanno colpito tanto l'immaginario di più generazioni: non solo per la loro assurda ferocia, ma anche per come pistole e pugnali tranciarono di netto la fiducia e la speranza nel futuro di un'intera generazione, sbarrando porte che prima erano spalancate e mostrando il volto truce di una controcultura che aveva predicato la pace, l'amore e l'apertura della mente con ogni mezzo necessario.

Lo shock collettivo derivò in parte dal fatto che un omuncolo senza attrattive che aveva passato quasi tutta la sua vita in carcere fosse diventato padre, amante, guru, padrone e signore delle giovani menti dei rampolli della buona borghesia americana. Fu un brusco risveglio accorgersi che fosse così facile distorcere il messaggio dei Sixties, facendo addirittura leva su una delle canzoni del gruppo più famoso al mondo, i Beatles, e trasformare i giovani in armi letali prospettando loro scenari apocalittici di guerra tra razze che richiedevano sacrifici umani e promettendo la sopravvivenza degli eletti che avrebbero ripopolato la terra in una caverna nel deserto.

È proprio all'interno di queste menti plagiate e distorte che ci conduce Charlie Says di Mary Harron, scritto da Guinevere Turner, che ha tratto il copione unendo due libri: “The Family” di Ed Sanders, e soprattutto “The Long Prison Journey of Leslie Van Houten: Life Beyond The Cult" di Karlene Faith, l'insegnante femminista e attivista sociale scomparsa due anni fa, che ha incontrato le tre ragazze di Charlie, Lulu (Leslie Van Houten), Sadie (Susan Atkins) e Katie (Patricia Krenwinkel), quando erano ancora separate dal resto della popolazione carceraria, dopo la conversione in ergastolo della pena di morte, abolita in California. Sta proprio in questo l'originalità e il motivo d'interesse principale di un film tutto al femminile, rispetto ad altre ricostruzioni, più o meno fedeli o corrette, dei fatti. Immaginiamo cosa deve esser stato trovarsi di fronte tre ragazze – sapendo cosa avevano fatto – gentili, sorridenti e simpatiche, che tre anni dopo parlano ancora con la voce di un altro, ripetendo come pappagalli ammaestrati la frase che dà il titolo al film, “Charlie dice che...”.

L'intento di Karlene – che a un certo punto la manda in crisi come essere umano - è quello di far prendere coscienza alle ragazze che tutto quello in cui hanno creduto e per cui si sono macchiate di una colpa tanto orrenda era solo la fantasia di potere di un manipolatore, ed è anche insegnar loro un'altra visione della donna rispetto alla sottomissione totale inculcata loro da Manson. Il pregio principale del film sta nel mostrarci la profondità del danno provocato alle coscienze di quattro giovani donne che hanno buttato per sempre la loro vita, cancellando la propria coscienza. Di tutte, la più fragile appare Lulu, che ha ritrovato il contatto con la madre ed è perseguitata dal passato e dalla possibilità che ha avuto di scegliere a un certo punto della sua storia, mentre Sadie si aggrappa ostinatamente alla sua fede di Cristiana rinata, cieca come l'obbedienza agli ordini di Charlie, grazie alla quale si convince di esser stata perdonata.

Le dinamiche tra i personaggi sono credibili e molto naturali, grazie anche alla bravura di Marianne Rendòn (Sadie), la figlia d'arte Sosie Bacon (Katie), con una lode particolare per due attrici che abbiamo conosciuto in tv, Hannah Murray, la dolce Gilly del Trono di spade e Merritt Wever, l'infermiera Denise di The Walking Dead, in quella della paziente e dolce Karlene e la ricostruzione degli ambienti (lo Spahn Ranch) è così accurata e vera da vedersela alla pari con quella di Tarantino in C'era una volta... a Hollywood. Matt Smith, inoltre, è un Charles Manson perfetto: nella versione originale del film è impressionante come sappia riprodurne la voce, la risata e il modo di parlare, ma anche in quella italiana risulta evidente il grande lavoro fatto sulle espressioni, le smorfie, gli sguardi e la postura di un personaggio su cui il materiale abbonda e che l'attore inglese ha evidentemente studiato a lungo.

Due soli appunti ci sentiamo di fare in merito a scelte che mitigano il nostro apprezzamento totale di un film circolare, che si chiude com'era iniziato, nella casa degli sventurati coniugi LaBianca. Per rispetto della sofferenza dei parenti delle vittime avremmo preferito un approccio meno grafico agli omicidi, su cui Mary Harron insiste in modo secondo noi non necessario. Inoltre, nonostante l'ammirevole equilibrio con cui è costruita una storia in cui si cerca di non giudicare ma di lasciar parlare i fatti, l'epifania sembra arrivare un po' troppo facilmente. Sarà forse perché Karlene Faith ha sostenuto finché è vissuta la richiesta di Leslie Van Houten per la libertà vigilata (e il finale alternativo che avrebbe potuto avere e che immagina rende chiaro il suo affetto e la sua pietà per lei), mentre noi tendiamo a pensarla come Debbie Tate sulla sua mancanza di ravvedimento e sul danno persistente e insanabile fatto alle menti di queste ragazze. Del resto è giusto che ognuno si faccia la sua idea e Charlie Says aggiunge un tassello importante di esperienza reale a una storia ancora oggi trasfigurata da una insana mitologia.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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