Caravaggio - L'anima e il sangue: la recensione del documentario d'arte

19 febbraio 2018
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Un affascinante incontro ravvicinato con le opere e la vita dell'artista dove i documenti storici incontrano la videoarte e il pittore parla con la voce di Manuel Agnelli.

Caravaggio - L'anima e il sangue: la recensione del documentario d'arte

Come ogni artista “maledetto”, la figura di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio ha ispirato film - uno di Goffredo Alessandrini nel 1941 e uno di Derek Jarman nel 1986 - e fiction. Il nostro paese ha prodotto su di lui due sceneggiati televisivi, uno del 1967 con Gian Maria Volontè e l'altro più recente con Alessio Boni. E naturalmente non si contano gli studi, i libri, le biografie e i documentari. A più di 400 anni dalla sua morte a soli 39 anni a Porto Sant'Ercole, mentre attendeva la possibile grazia pontificia, sepolto in una fossa comune dopo una vita di eccessi, trionfi e tragedie, Caravaggio e la sua arte sono oggi più popolari che mai. A testimoniarlo, oltra alla recente mostra milanese, c'è anche questo bellissimo documentario, che decide di abbracciare il rischio di allargare le tradizionali barriere del genere con un insolito – e vincente – mix tra classico film didattico e videoarte, dove l'anima del pittore è rappresentata in maniera simbolica con scene create sul corpo di un intenso modello e attraverso una suggestiva sceneggiatura che sa evocare i sentimenti del pittore, restituendoci la sua possibile voce (e un bel lavoro fa davvero Manuel Agnelli a dargliela).

E' qui che Caravaggio – L'anima e il sangue si differenzia da altri più classici documentari, ma è soprattutto con l'utilizzo davvero rivoluzionario dell'ultradefinizione che esalta ogni dettaglio, ogni porosità delle tele e dei dipinti, permettendoci di vedere particolari invisibili a occhio nudo, con la giusta illuminazione. Riusciamo addirittura a vedere il nero, i famosi sfondi di Caravaggio che da un certo punto in poi diventano fondali da cui si materializzano i suoi personaggi scolpiti dalla luce. Anche il profano può così capire e ammirare la tecnica davvero straordinaria di un artista che ha fatto scuola ai suoi contemporanei e ai molti che gli sono seguiti, un genio assoluto e totale nel corpo di un litigioso guascone. Guidati da storici dell'arte e curatori, seguiamo le note vicende della sua vita di personaggio ambiguo e sanguigno e il peregrinare della sua esistenza, dalla Milano natia e devastata dalla peste, a Roma, a Napoli, a Malta, in perenne fuga dai suoi guai e dalla sua irrequietezza.

E in questo percorso cronologico vediamo l'evoluzione del suo stile, assistiamo affascinati alla scelta dei soggetti, all'uso del colore, e in questo senso la manipolazione digitale applicata su alcuni celebri dipinti (lo scudo con la testa di Medusa e La canestra di frutta) è davvero utile e suggestiva per apprezzarne la sapienza quasi soprannaturale. Quelle bocche urlanti, le teste decapitate in cui a volte ritraeva il proprio volto, il sangue che scorre a flotti dai colli trafitti e mozzati, perenne memoria della sua condanna a morte. O le sue sante profane, le prostitute e gli efebi ragazzi di bottega, la Madonna morta gonfia e senza ascensione che destò tanto scandalo, i rapporti coi Mecenati che spesso lo presero sotto la propria ala protettrice ma non riuscirono mai a ingabbiarne il talento.

Numerosi sono i documenti d'epoca che leggiamo per la prima volta magnificati su uno schermo, ma la pretesa di raccontare in modo univoco un impeto creativo senza precedenti si infrange di fronte alle parole immaginate di Caravaggio, alla sua ansia di libertà, che lo portò spesso dalla parte sbagliata della legge, per strada, tra le puttane, i giocatori di pallacorda, i bari, gli ubriaconi, gli umili e gli assassini, che la sua arte esalta come un immortale sberleffo al potere anche nei soggetti più sacri. Un genio senza tempo, quello di Caravaggio, a cui questo film rende sicuramente giustizia, pur nell'impossibilità di svelarne il mistero.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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