Captive - la recensione del film di Brillante Mendoza

22 gennaio 2013
2.5 di 5

Capita, anche abbastanza spesso, che autori considerati tali soprattutto in virtù di un’idea di cinema ultrarigorosa ed orgogliosamente ostica decidano di allentare la briglia.

Captive - la recensione del film di Brillante Mendoza

Capita, anche abbastanza spesso, che autori considerati tali soprattutto in virtù di un’idea di cinema ultrarigorosa ed orgogliosamente ostica decidano di allentare la briglia; e di firmare un film che, fermi restanti i tratti di personalità e ideologici, conceda qualcosa di più ai gusti del pubblico in termini di linearità, intrattenimento, spettacolarità.
È evidente che Captive sia uno di quei film, e il fatto che per la prima volta Brillante Mendoza si appoggi alla presenza di un nome di richiamo, seppur elitistico, come quello di Isabelle Huppert, appare quasi una dichiarazione d’intenti.

Vera storia di un gruppo di persone (molte delle quali missionarie laiche) rapite nel 2001 da un gruppo di terroristi islamici e tenute in ostaggio per settimane fatte di fughe e marce continue, Captive però non riesce di far pregio del tentativo stesso della sua realizzazione, pur situandosi con coerenza all’interno della produzione del filippino.
Da Kinatay riprende la tematica del rapimento, da Lola quella specificità tutta al femminile che verrà riproposta, con successo ben maggiore, dal Thy Womb arrivato successivamente: ma a mancare è la radicalità narrativa e tematica che caratterizzava tutta la sua produzione precedente, è che qui è tutta diluita all’interno di modalità quasi mainstream, tanto da renderla impercettibile.

Nel raccontare l’ovvio insito nell’Odissea vissuta dalla sua protagonista (la caduta apparente di distinzioni tra rapitori e ostaggi, il nascere di un sentimento comune per via della convivenza e via dicendo) Mendoza utilizza uno stile nervoso e ipercinetico, tecnicamente impeccabile ma privo di qualsiasi afflato simbolico e metafisico, trasformando così Captive in una sorta di action movie dai risvolti solo vagamente esistenziali. E da questo punto di vista non servono allora poi molto, se non a stuzzicare curiosità e soddisfazioni più estetiche che altro, i tanti momenti di digressione tra il manniano e l’herzoghiano in cui il regista ferma il suo obiettivo sulla natura, gli animali, le piante, ad ammantare il tutto di un senso latente di bizzarra spiritualità.

In un quadro come questo, la connaturata tendenza di Mendoza all’insistenza e alla ripetitività finisce per penalizzare Captive più che altri titoli: perché la sua natura ibrida e meticcia non è stata in grado di essere, come dovrebbe, motivo di ricchezza e stratificazione.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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