Captive State Recensione

Titolo originale: Captive State

13

Captive State: Rupert Wyatt tra sci-fi e thriller spionistico, con poche parole, tanta azione e radicalità politica

-
Captive State: Rupert Wyatt tra sci-fi e thriller spionistico, con poche parole, tanta azione e radicalità politica

Sì, certo, ci sono gli alieni. Alieni che, nella migliore delle tradizioni, invadono il pianeta Terra con manovra a tenaglia e sbarchi in tutto il mondo, mostrando la superiorità della loro potenza di fuoco e sottomettendo in quattro e quattr’otto tutta la popolazione terrestre.
Alieni che hanno anche un aspetto intrigante (lo scoprirete da soli al cinema) e che si vedono raramente: perché la loro invasione è mirata allo sfruttamento delle risorse naturali del nostro pianeta, e loro si stabiliscono nel sottosuolo, mentre in superficie rimangono i terrestri a vivere più o meno come vivevano prima, anche se le istituzioni locali e nazionali sono controllate dall'alto (e dal basso) da questi visitatori extraterrestri che nel film di Rupert Wyatt, infatti,  vengono chiamati i “Legislatori”.
Quindi sì, ci sono gli alieni, ma da qui a definire Captive State come un film di fantascienza, secondo me, ce ne passa.

Wyatt, che del film è anche sceneggiatore con la moglie Erica Beeney, è furbo, e sa bene che certe etichette vendono meglio di altre, e che una generica minaccia extraterrestre si presta bene a essere metafora di qualcosa di più concreto senza per forza doverlo nominare: ma è comunque chiarissimo dal suo film, e da come è raccontato, con quello stile molto più vicino al thriller bellico o spionistico di quanto non sia a una qualsiasi forma di fantascienza, perfino a quella di Dick, che gli alieni a lui non interessano più di tanto.
Captive State sembra uno di quei film che raccontavano la Francia Occupata, e le trame della Resistenza francese per liberarsi dal nemico nazista. In un mondo che è una versione estremizzata e, paradossalmente, molto meno digitalizzata di quello in cui viviamo - con tanto di sottolineatura sulla forbice che divide la fascia ricca della popolazione da quella povera -, si muovono membri attivi e meno attivi della Resistenza, poliziotti collaborazionisti, spie, delatori, prostitute dal cuore d’oro. E forse alcuni di loro non sono quelli che sembrano veramente.

Quel mondo, quella Chicago del 2025 quasi irriconoscibile dopo nove anni di occupazione aliena, noi la attraversiamo con Gabe, un ventenne nove anni prima, nel giorno dell’invasione, ha visto i genitori letteralmente vaporizzati dagli extraterrestri; che aveva un fratello maggiore icona dei resistenti morto nel tentativo di portare a termine un attentato (“accendere un fiammifero per iniziare una guerra”, si ripete ossessivamente nel film); che è osservato speciale da un poliziotto, ex amico di famiglia, che ne vorrebbe fare una spia.
Gabe fa piccoli affari al mercato nero, sperando di mettere assieme i soldi utili a fuggire la fuga da quella città oppressiva, e sarà così che entrerà in contatto (e noi con lui) con una rinata rete di Resistenza, La Fenice, e scoprità verità inattese sulla sorte di suo fratello, finendo con l’essere coinvolto in un nuovo attentato.
Nel tentativo di accensione di un nuovo fiammifero, potenzialmente ancora più incendiario.

Gli spettatori smaliziati potranno forse intuire prima della fine la verità sui rapporti e sui personaggi di Captive State, ma saranno anche in grado di cogliere le atmosfere che guardano al passato (del cinema) pensando al presente (del mondo che viviamo) e parlando del futuro.
Se dal punto di vista estetico il film di Wyatt è cupo nella fotografia ma dinamicissimo nel montaggio, e flirta con certe estetiche pre-cyberpunk degli anni Ottanta, è nella struttura narrativa che riesce a catturare completamente.
Dopo un inizio folgorante il ritmo sembra abbassarsi un po’ (forse quasi troppo) per poi riprendere incessante, mescolando una suspense dapprima sottile e poi sempre più ansiogena alla complessità  di un intreccio che procede per gesti e scambi e spostamenti, più che attraverso l’uso della parola.
Captive State, da questo punto di vista, è azione pura. Azione che però non sovrasta mai il racconto, e anzi lo costruisce: basti pensare alla lunga e trascinante sequenza di preparazione e messa in atto di un attentato in uno stadio, con la concatenazione di gesti, personaggi e organizzazione punteggiata e scandita dai beat ossessivi di pesanti sonorità elettroniche.
Anche grazie a una scrittura e una regia di questo genere, Wyatt riesce a evitare - quasi del tutto: peccato per un luccichìo superfluo sulle spalle di un protagonista nelle scene finali - uno dei peccati mortali del cinema contemporaneo, che è quello del dover ritenere scemo lo spettatore e spiegargli tutto chiaramente a parole. Buona parte di Captive State, e del suo mondo e delle sue dinamiche, infatti, viene rivela pian piano, e quasi sempre senza nemmeno l’uso degli abusati spiegoni verbali.

Se tutto questo fa di Captive State un ottimo prodotto d'intrattenimento, a stupire ancora di più è la radicalità politica senza fronzoli né compromessi della sua storia. Perché Wyatt non mette in scena nemmeno un grammo della retorica eroistica cui il cinema hollywoodiano ci ha abituato, dove il trionfo del Bene si ottiene senza che l’eroe di turno, tutto sommato, si sgualcisca più di tanto la camicia.
No, Captive State non è un film dove gli eroi sono quelli lì; sono piuttosto antieroi. E se eroi comunque sono brutti, sporchi e cattivi,e terroristi, punto primo; e dove gli eroi, per essere tali, si sacrificano, e muoiono, punto secondo.
Per combattere quel moloch alieno dietro al quale ognuno di noi potrà vedere la sua forma di oppressione totalitarista preferita - dal turbocapitalismo finanziario ai nuovi fascismi, passando volendo per varie forme di controllo sovranazionale mirato allo sfruttamento e alla repressione - bisogna sporcarsi le mani e mettere a repentaglio la propria vita, essere pronti a sacrificarla, per un bene superiore. Perché, dice Wyatt, di fronte all’oppressione non bisogna mai smettere di combattere per la libertà, a qualsiasi costo, anche quando si è soli, anche quando tutto sembra perduto.
Accendere un fiammifero per iniziare una guerra. Sembra di essere tornati negli anni Settanta. Vorrà pur dire qualcosa.

Captive State
Il Trailer Italiano Finale del Film - HD
5550


Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
Lascia un Commento