Caffè: recensione del film in tre storie di Cristiano Bortone

08 ottobre 2016
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Italia Cina e Belgio unite dall'aroma inconfondibile della bevanda amara e corroborante in un affresco sulla società contemporanea.

Caffè: recensione del film in tre storie di Cristiano Bortone

La cosa divertente, insolita e a suo modo curiosa della prima co-produzione fra Italia e Cina, è che a suggerire il fil rouge - o se vogliamo il MacGuffin, o il minimo comun denominatore - delle tre storie che racconta Caffè sia stato il proprietario della più celebre caffetteria romana, il bar Sant’Eusatchio, dove si produce e si vende a caro prezzo una miscela a dir poco prodigiosa.

Ciò detto, dal grande e potente Oz della bevanda amara dispensatrice di corroborante energia l’opera sesta del regista di Rosso come il cielo ha ereditato solamente la venerazione per un liquido quasi nero che, nella sua varietà di sapori e nel suo gusto che cambia a seconda che sfiori la lingua, inondi il palato o precipiti giù nello stomaco, si fa metafora della complessità della vita. In altre parole, la delizia ottenuta dalla macinazione di profumati semi scuri assurge qui a strumento di conoscenza e di rappresentazione di un mondo ora dolce ora aspro che ben conosce la violenza, il razzismo, il fallimento e l’ingiustizia sociale, pur non essendo mai veramente cattivo.

Viaggiando da Trieste al Belgio e spingendosi fin nell’umida provincia dello Yunnan, Cristiano Bortone si insinua ambiziosamente fra le crepe della modernità, e cerca -  prestando la massima attenzione a una varietà anche stilistica - di abbracciare, o meglio contenere i mali e i turbamenti dell’uomo contemporaneo. Riuscendo a dare a ogni racconto un suo ritmo specifico, un suo look e dirigendo ogni volta gli attori in maniera diversa, il regista dà senza dubbio l’impressione di un viavai continuo, di un’endemica insoddisfazione e di un’insopprimibile ricerca di punti fermi scatenata da un incolmabile vuoto di senso, ma la sua analisi diventa più efficace quando restringe il campo di indagine al cuore, e quindi nel momento in cui il racconto diventa più intimo e rispettoso dei personaggi illustrati, o quando la macchina da presa riprende nuclei familiari e ambiti ristretti, richiudendosi in stanze, botteghe o case abbellite da quadri dipinti - guarda un po’ - con il caffè.

Sono belli e commoventi l’antiquario Ahmed fuggito dall’Iraq per aprire un piccolo negozio, il ladruncolo che negli occhi acquosi rivela il pentimento di aver quasi martoriato un uomo innocente e il timido e introverso uomo d'affari Fei, che torna a casa dopo aver capito che il Dio Denaro non fa la felicità. Ecco, sono i soldi spasmodicamente inseguiti o accumulati in maniera insensata l’altra costante del film, che paradossalmente è meno incisivo nella storia che Bortone avrebbe dovuto raccontare meglio perché tutta italiana: la vicenda di una banda di disperati che pensa di "svoltare" grazie a un piccolo furto. Forse perché sedotto dal gioco di Ennio Fantastichini, ridotto a cattivo da fumetto, il regista lascia troppo sospesi i protagonisti di questa tranche che ha l’aroma della disoccupazione, mentre la vicenda belga ha il gusto del razzismo e la cinese quello di una dialettica continua fra tradizione e innovazione, mescolata al sapore della tematica ambientalista.

C’è tutto insomma, in Caffè, è forse c'è troppo, ma il tentativo è nobile e, per fortuna, anche se si parla di un alimento, mancano le leziosità di un Chocolat o di altri film culinari. Non c'è nemmeno, però, l'ampio respiro di affreschi corali come Babel o Crash - contatto fisico, nei quali il particolare e l'universale convivevamo magnificamente. Poco male: là si poteva contare su altri budget e altri volti.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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