C'mon C'mon, la recensione: Mike Mills, Joaquin Phoenix, la vita e il neosensibilismo statunitense

21 ottobre 2021
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Presentato in Selezione Ufficiale alla Festa del Cinema di Roma il nuovo film di Mills, uno dei migliori registi indie americani: un racconto minimalista e ambizioso, che ogni tanto stona per inseguire il neosensibilismo woke che ha origine negli Stati Uniti. C'mon C'mon arriverà prossimamente nelle sale italiane distribuito da Notorious Pictures.

C'mon C'mon, la recensione: Mike Mills, Joaquin Phoenix, la vita e il neosensibilismo statunitense

Essere figlio, fratello, genitore, amico. Fare i conti con il prevedibile e l'imprevedibile dell'esistenza. Gestire emozioni e sentimenti, esprimerli. Fare esperienze e ricordarle. In una parola: vivere.
Di questo vuole parlare Mike Mills: con ambizione, certo, ma anche con la consueta umiltà di fronte alle cose e alle persone, con l'abituale cuore aperto per accogliere eventi e sentimenti. Con quel minimalismo dolce cui ha abituato col suo cinema precedente.
Lo schema è semplice e collaudato: l'incontro tra due personaggi, uno adulto uno bambini, che devono scoprirsi, impararsi, completarsi; la dinamica del viaggio; la crescita reciproca.
Da un lato Johnny, giornalista radiofonico sensibile e generoso, ma che vive un'impasse emotiva dopo la morte della madre e l'addio della donna che amava; dall'altro Jesse, suo nipote di otto anni, curioso e iperattivo come i bambini della sua età, gravato dalla sofferenza per un padre bipolare che vive lontano da lui. Attorno a loro, la mamma di Jesse e sorella di Johnny, donna che porta il fardello della maternità e di quel marito difficile, e le voci dei tanti ragazzi che Johnny registra, in tutta l'America, interrogandoli sui loro sentimenti, le loro paure, le loro aspirazioni.

Mills è uno bravo. Scrive e dirige i suoi film riuscendo a cogliere la natura intima dei suoi personaggi, ad acquarellare con delicatezza sentimenti e stati d'animo, ad ascoltare quello che la storia richiede, oltre che a imporre una direzione. È per questo che, alla fine della fiera, C'mon C'mon riesce a tenerti lì con lui, e perfino muoverti a una composta commozione nelle sue fasi finali.
E però è innegabile che tutta quell'ostentazione di tenerezza, tutta quella voglia di smussare ogni angolo e ogni asperità (anche nella recitazione di un Joaquin Phoenix bravo, ma insolitamente privo di guizzi ruvidi e sulfurei), e di essere programmaticamente dolce e buono, possono far scoraggiare anche gli spettatori meglio intenzionati.

In più, C'mon C'mon ha un problema strutturale di una certa importanza.
In una storia progettata attorno a due personaggi che dovrebbero fare a gara a strapparti empatia e immedesimazione, ce n'è uno che finisce col risultare francamente irritante, e che è la spia di quanto Mills abbia interiorizzato all'eccesso quella sorta di neosensibilismo ultrasuscettibile che, negli Stati Uniti di oggi, si traduce in alcune sfumature della cultura woke: di quel modo di fare e pensare per il quale ogni nevrosi va accarezzata e non superata, ogni bizza è figlia di un trauma da compatire, ogni sentimento che nasca del sé valido, ogni rapporto - persino quello tra genitori e figli, per quanto figurati - debba essere improntato a una eguaglianza paritaria che non ammette ma anzi condanna ogni forma di atteggiamento autoritario.

In breve: Jesse è un ragazzino viziato e spesso insopportabile (altre volte adorabile, certo, ma il piano di Mills è proprio questo) al quale è concesso tutto e al quale va chiesto scusa per averlo sgridato. E in fondo, a ben vedere, Johnny non è però tanto diverso da lui. È un adulto, certo, ma un adulto bisognoso di una mamma, esattamente come lo è suo nipote.
Perché C'mon C'mon è anche, e forse prima di tutto, un grande atto d'amore nei confronti delle madri, enfatizzato dalla loro sostanziale assenza, e dalla presenza di due figli che devono imparare a cavarsela da soli.

A Mills è difficilmente contestabile l'onestà intellettuale e perfino emotiva del suo racconto, ed è facile riconoscersi in almeno alcune delle sfide che la vita mette di fronte ai suoi protagonisti, e che riguardano la sfera del sentimento. Quello che questa volta però stona, e a tratti respinge, sono i toni che adotta, figli di una cultura progressista statunitense per la quale vige l'ansia del safe space, dell'assenza di contrasti, di elementi potenzialmente critici e spiazzanti.
Bisogna imparare a esprimere le proprie emozioni anche quando non si sta bene, e capire che è normale sentirsi così, dice Mills in C'mon C'mon per bocca di Phoenix. Verissimo: ma bisognerebbe anche imparare a fare i conti con le asperità della vita, e confrontarsi con qualcosa e qualcuno che non è dolce e comprensivo per forza. A vivere in uno spazio che non è e non può essere solo safe.
Solo così, temo, si può crescere davvero. E lasciare un po' in pace queste povere madri.

C'mon C'mon
Il Trailer Ufficiale del Film - HD


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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