Buried - la recensione del film con Ryan Reynolds

13 ottobre 2010
3.5 di 5

Dai racconti Edgar Allan Poe ai feuilleton di Carolina Invernizio, il tema della sepoltura prematura è sempre stato prevalentemente letterario. a come rendere in concreto questa angoscia, e come farlo soprattutto in unità di tempo e di luogo, al cinema, in 94 interminabili minuti?

Buried - la recensione del film con Ryan Reynolds

Buried - la recensione

Dai racconti di Edgar Allan Poe ai feuilleton di Carolina Invernizio, il tema della sepoltura prematura è sempre stato prevalentemente letterario. Figlia di un'epoca in cui le conoscenze mediche e scientifiche non erano sviluppate al punto da evitare il rischio di dichiarare cadavere un corpo in stato di catalessi, la fobia di essere rinchiusi in spazi piccoli e angusti, di risvegliarsi in una bara, ha percorso trasversalmente la letteratura popolare di vari paesi. Ma come rendere in concreto questa angoscia, e come farlo soprattutto in unità di tempo e di luogo, al cinema, in 94 interminabili minuti?

E' questo che ha motivato un giovane e talentuoso regista spagnolo, Rodrigo Cortés, ad accettare la sfida di portare sullo schermo una sceneggiatura ritenuta infilmabile. Lo ha fatto in modo intelligente, seguendo la lezione di uno dei suoi dichiarati maestri, Alfred Hitchcock, senza rinunciare ai movimenti di macchina in uno spazio così ristretto e riempiendo lo spazio filmico di voci, rumori, azione. Il risultato è un film assai meno claustrofobico di quanto ci si sarebbe potuto aspettare (o temere), in cui, se pure ci stanno a cuore le sorti del civile americano rapito e rinchiuso in una bara in Iraq in attesa di riscatto, ci identifichiamo più con le sue azioni che non con la prospettiva di una fine lenta e dolorosa. Assieme all'uomo, infatti, sono sepolti un cellulare e vari attrezzi di cui si servirà nelle varie fasi della vicenda, e noi seguiamo con curiosità e partecipazione ogni atto di questo dramma che a volte si trasforma in commedia dell'assurdo, a volte in tragedia, a volte in action che si apre alla speranza.

Più che un intento di lettura politica – sarebbe troppo facile e banale, anche se forse la sceneggiatura di Chris Sparling la prevedeva – ci sembra chiara la denuncia dell'incomunicabilità nell'era della comunicazione istantanea. Il cellulare che dovrebbe garantire la sicurezza e il rapido contatto col mondo esterno diventa un nemico. E' difficilissimo raggiungere chi dobbiamo contattare, sia per una sciocca dimenticanza, sia per il muro posto da decine di persone che svolgono nel loro loculo e con piccolezza d'animo il loro ruolo burocratico, senza mai spostarsi di un millimetro, nemmeno di fronte a una questione di vita o di morte. Sono questi i momenti più interessanti di un film che procede a balzi, tra sussulti di emozioni e momenti di attesa, e si fa apprezzare soprattutto per la regia e per l'interpretazione, tutta fisica e straordinario, di un grande Ryan Reynolds. Perfino il finale, sia pure prevedibile, è risolto benissimo. E non era facile. Adesso siamo davvero curiosi di vedere cosa ci regalerà in futuro questo regista cinefilo e autodidatta, che non si limita a omaggiare i grandi ma tenta perfino di superarli. Con premesse tanto buone, di sicuro saprà stupirci.

 



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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