Bright Star - la recensione del film di Jane Campion

07 giugno 2010
3 di 5

Jane Campion torna a Cannes, dove non era presente dai tempi di Lezioni di piano, con un film che racconta l’appassionata e travagliata storia d’amore tra il giovane John Keats e la sua amata e musa ispiratrice, la giovane Fanny Brawne. Cerca la poesia, trova (forse) altro.

Bright Star - la recensione del film di Jane Campion

Bright Star - la recensione

Con Bright Star, Jane Campion ha inseguito la poesia: è chiaro ed evidente. Il suo sforzo è stato di raccontare la storia d’amore intensissima e travagliata tra John Keats e la sua amata e musa ispiratrice Fanny Brawne con modalità che riuscissero ad evocare il senso, lo spirito, il romanticismo e la splendida dolenza delle opere del grande poeta inglese.

Faccenda non di poco conto, va riconosciuto. Così come va riconosciuto che, per quanto riguarda uno specifico aspetto, quello della storia d'amore, la Campion sia riuscita a portare a casa un risultato complessivamente più che sufficiente. Ben supportata dai due giovani protagonisti - Ben Whishaw e soprattutto una Abbie Cronish indubbio centro del racconto, ché il punto di vista è quello di Fanny - e dall’ispirazione tratta dalle parole di Keats (abbondantemente citate), la regista neozelandese è riuscita nel raccontare il rapporto tra i due giovani rifuggendo la maggior parte delle trappole melense che un melodramma di questo inevitabilmente porta con sé. Ed il risultato complessivo riesce a comunicare la forza e l’intensità del sentimento provato, perlomeno in potenza.

Al contrario, dal punto di vista formale e strutturale, la regista ha abusato di un repertorio manierato e stereotipato, che alterna tentativi di rendere algidi gli ambienti nei quali quest’amore contrastato nasce e si sviluppa, risultando invece rigida e legnosa, a momenti dove si sfocia in una sorta di frenato barocchismo agreste che risulta davvero stucchevole.
E in quadri di questa natura, alla potenziale dirompenza emotiva della storia viene applicata una sorta di inconsapevole ma pesante sordina che ne inibisce l’efficacia. Stessi problemi nascono poi dall’incapacità di staccare la spina del racconto nel momento più efficace e di indugiare troppo su alcune reazioni perfettamente abbandonabili al territorio dell’implicito e del sottinteso, e invece esplicitate nel nome dello “specifico femmineo” del punto di vista di cui il film si vorrebbe far forte.

Se la poesia è (anche) equilibrio e misura, capacità di scegliere tempi, parole, ritmi, Bright Star è lontano dall’aggettivazione di “poetico”. È magari un film riuscito in alcuni aspetti, apprezzabile soprattutto per chi è particolarmente incline a certi versanti del romaticismo. Ma la poesia (dell’amore, del sentimento, del racconto) è un’altra cosa.




  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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