Brave Ragazze: recensione dell'heist movie di Michela Andreozzi

08 ottobre 2019
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La regista ci regala una commedia rock che ci fa pensare alle donne di oggi e di ieri e che contiene spassose sequenze d'azione.

Brave Ragazze: recensione dell'heist movie di Michela Andreozzi

"Le ragazze fanno grandi sogni/forse peccano d'ingenuità/ma l’audacia le riscatta sempre/non le fa crollare mai" cantava Edoardo Bennato nel 1995, e chissà se, quando ha deciso di raccontare in una versione italiana la storia delle Amazzoni della Vaucluse, Michela Andreozzi ha pensato per un attimo a questo brano del cantautore napoletano. Perché di audacia, le sue bad girls che sembrano le cugine gaetane delle furfanti di Ocean's 8, ne hanno eccome, spinte dalla necessità di affrancarsi dalla mancanza di dignità che il poco denaro può causare e dal desiderio di comprare un bel costume da Zorro per un figlio o una sfilza di riviste gossip da sfogliare sedute al tavolo di cucina. Queste ragazze di ieri, che guidano la 127 bordò e ascoltano Riccardo Fogli che canta "Storie di tutti i giorni", sono per la regista e attrice romana simboli di coraggio ed emancipazione e specchi in cui le donne di oggi dovrebbero scorgere la propria immagine, o il proprio ruolo nelle società occidentali, per cercare di capire se, dagli anni '80 ad oggi, sia davvero cambiato qualcosa.

Ciò significa che siamo davanti a un manifesto femminista? Sì e no, sì perché la regista di Nove lune e mezza è da sempre molto attenta ai diritti e alla realizzazione delle esponenti del gentil sesso e allo smantellamento delle prigioni ideologiche o fatte di pregiudizi in cui continuano a trovarsi rinchiuse, e no, perché, intelligentemente, in Brave Ragazze c'è un uomo che non è affatto cattivo, il Commissario Morandi di Luca Argentero, che somiglia in parte ai nostri papà negli anni '90 e in parte a Tom Selleck in Magnum, P.I. con quei magnifici baffoni. E, ancora, no perché la Andreozzi si avventura nel cinema genere (in questo caso l’heist-movie) e gira complesse sequenze d'azione che fa precedere da gustose scene di pianificazione del colpo. Ne deriva un film piuttosto scattante e certamente divertente, perché le amiche del cuore Chicca, Anna, Maria e Caterina sono buffe travestite da uomini mentre trafugano malloppi o impugnano armi giocattolo. E soprattutto sono "rock", con i loro abiti vintage, la loro inesauribile energia e, nel caso di Chicca e in parte Anna, il loro anticonformismo. Sono rock perché capiscono che, per riuscire nella loro impresa, devono fingere di avere i pantaloni, cosa che, a pensarci bene, è triste, perché sarebbe meglio compiere una rivoluzione attraverso la dolcezza ed essere "donne con le gonne", piuttosto che "donne con le palle".

Di questo messaggio Brave Ragazze si fa portatore con chiarezza e, attraverso le vicende di Maria, che viene picchiata dal marito, riporta l'attenzione sulla violenza sulle donne, pratica barbarica ancora molto diffusa nel nostro povero mondo. Proprio Maria è il personaggio più riuscito di Brave Ragazze, quello che compie la trasformazione più importante, e Serena Rossi lo interpreta con intensità e grande cuore. Meno a fuoco è la Chicca di un'Ilenia Pastorelli che non sa decidersi se parlare con la cadenza romana e napoletana. E’ lei la Rambo della banda e sarebbe stato bello addentrarsi di più nei suoi fantasmi e nei suoi non detti. Chicca fa la spaccona e fa ridere, e anche la Caterina di Silvia D'Amico strappa più di un sorriso con la sua parlata balbuziente, ma scompare presto, senza lasciare troppo il segno. Diversa è la Anna di Ambra Angiolini, che che abbraccia con bravura e disinvoltura un personaggio che si muove nei binari della normalità, nel senso che non è né motore di comicità né si trova al centro di clamorose discussioni o di faide familiari. La macchina da presa della Andreozzi è innamorata delle sue giornate tutte uguali fino al momento della "svolta" e sembra quasi riservarle un trattamento preferenziale.

Ha un ritmo un po‘ discontinuo Brave Ragazze, perché non sottomette ogni cosa all'azione e al plot. Si prende il tempo di pedinare le sue protagoniste e di indugiare nella descrizione della loro quotidianità, ed è un bene, perché ci lascia il tempo di provare empatia. Forse la loro disavventura avrebbe potuto avere un po’ di pepe e colore in più, se la regista avesse insistito maggiormente sui cambiamenti che il denaro porta nella vita di ciascuna e sui folli acquisti che seguono. Se ne parla, certo che se ne parla, ma i toni restano agrodolci. E forse è giusto così, perché bene o male siamo nel paese dov'è nata la grande commedia all’italiana e dove alcune donne si sentono meno prigioniere in un carcere che fra le mura domestiche o in un ufficio dove i parigrado con i pantaloni guadagnano di più. Le Amazzoni di Vaucluse sono diventate delle eroine in Francia dopo e durante gli anni di detenzione, chissà se anche da noi quattro fanciulle angeliche con la pistola diventerebbero il simbolo di una giusta rivendicazione.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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