Borg McEnroe: la recensione del film su una delle più grandi e più belle rivalità sportive della storia

03 novembre 2017
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Uno studio sulla personalità (non così distante) di due grandissimi campioni, in uno sport dove la psicologia è tutto.

Borg McEnroe: la recensione del film su una delle più grandi e più belle rivalità sportive della storia

Nel 1980 i campioni di tennis erano delle rockstar: lo dice a chiare lettere Janus Metz. Non solo Borg e McEnroe, ma Vitas Gerulaitis, tanto per citarne uno che appare nel film, o Ilie Nastase. A casa nostra - vabbè - Adriano Panatta. Rockstar erano, e come tali si comportavano. Chi fuori, chi dentro al campo, chi sia dentro che fuori.
Nel giro di pochi anni, molto sarebbe cambiato. Le racchette, tanto per cominciare, che avrebbero cambiato il gioco, e quindi i giocatori. I campioni, che avrebbero iniziato la loro lenta trasformazione negli atleti vagamente robotici di oggi (Federer è un altro discorso, sì, ma non è questa la sede), e non sarebbero più stati delle rockstar. Con la parziale eccezione di Andre Agassi.  
Una cosa, invece, da allora a oggi è rimasta la stessa: il fatto che il tennis sia uno sport dove a contare prima di tutto - prima della forma fisica, del talento, degli allenamenti e delle racchette - è la testa.

Non è per caso, allora, se Borg McEnroe si apre con un esergo firmato proprio dalla rockstar Agassi tratto dalla sua bellissima autobiografia, "Open" (edita in Italia da Einaudi), con un frase che esalta esattamente la dimensione psicologica del tennis, che spiega come dentro match ci sia come una vita intera.
Né lo è che prima ancora del racconto di una straordinaria rivalità sportiva, culminata in quella che per molti è la più bella partita che sia mai stata disputata (la finale di Wimbledon 1980, appunto), al centro delle attenzioni di Metz ci sia la partita che i suoi due protagonisti giocano dentro la loro testa, contro sé stessi, e poi contro gli altri. La partita della loro vita, del loro passato, presente e futuro, la partita del loro carattere.

Più Borg che McEnroe (e d'altronde il film batte bandiera svedese, e in patria nel titolo ha solo il cognome del campione di casa), ma capace comunque di un equilibrio non facile tra questi due personaggi, il film di Metz cerca e trova l'introspezione, lo scavo nella mente e nella memoria dei protagonisti, l'esplorazione dei loro conflitti interiori.
Senza mai dimenticare di utilizzare come traino quella grande, trascinante ed epica narrazione che deriva dalla cronaca sportiva: più grande, trascinante ed epica di ogni altro racconto che si poteva tentare di costruirci sopra.

Il tennis, quello giocato, rimane tutto sommato marginale, come era giusto che fosse: perfino la finale è raccontata in maniera quasi impressionista, e come specchio di quello che c'era dentro la testa dei due contendenti, sfruttando il potenziale estetico del gesto tennistico, la geometria dei campi, delle linee e dei colpi.
Anche perché sarebbe stato imperdonabile, per gli appassionati, che Metz tentasse di replicare realisticamente quel gioco sublime che, nella nostra memoria, si ammirava sui monitor sgranati di televisioni che l'alta definizione nemmeno sapevano cosa fosse.

Borg McEnroe è allora una storia emozionante di riscatto, per tutti e due i suoi protagonisti, che a prescindere dal risultato di quella partita (che non scrivo perché - mi dicono - molti giovani non lo conoscono) hanno entrambi vinto il loro match interiore contro sé stessi e i loro demoni.
È anche, dal punto di vista sportivo, anche il racconto di quello che vulgata popolare, troppo spesso legata alle facili caratterizzazioni, IceBorg e SuperBrat, erano alla fine molto più simili di quello che la loro esteriorità e il loro gioco poteva portare a pensare. E la loro amicizia, viva e salda ancora oggi, sta lì a raccontarcelo.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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