Bling Ring - la recensione del film di Sofia Coppola con Emma Watson

16 maggio 2013
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Sofia Coppola riprende esattamente da dove (ci) aveva lasciato. Riprende da un cinema spoglio e minimalista, fatto di dettagli piccoli eppure carichi di senso.

Bling Ring - la recensione del film di Sofia Coppola con Emma Watson

Sofia Coppola riprende esattamente da dove (ci) aveva lasciato. Riprende da un cinema spoglio e minimalista, fatto di dettagli piccoli eppure carichi di senso. Riprende dal tema della necessità di una direzione, che una stella del cinema annoiata trovava nel ritorno alla semplicità e che qui, un gruppo di “semplici” adolescenti trova “semplicemente” dal far letteralmente propri lo stile, i capi e i denari dei personaggi che ammirano.

Basato su un fatto di cronaca realmente accaduto e raccontato in un articolo pubblicato su Vanity Fair edizione USA, The Bling Ring è l’ennesima ricognizione della Coppola nella celebrity culture e nella Società dello Spettacolo, ma rispetto al film precedente la regista abbassa ulteriormente il tasso di strutturazione registica, appiattendo ancora di più la sua macchina da presa. Non per esigenze cronachistiche, sebbene nel finale la regista ceda a sociologismi non sbagliati ma già superati dal cinema e dalla realtà, quanto per mostrare un mondo livellato e dall’accessibilità totale e diffusa (dalla rete alle abitazioni) che però non porta né vantaggi né superamento di separazioni.

Non v’è distinzione tra le Paris Hilton e le Lindsay Lohan di turno e le ragazze che le derubano, c’è solo una combinazione di eventi che porta gesti analoghi a ricevere diversa attenzione da parte dei media e degli adulti. E se i primi rifiutano ogni responsabilità morale sul livellamento verso il basso che propugnano con la lenta ma inesorabile progressione di un bulldozer, i secondi vanno oltre, brillando per assenza e inettitudine.

In The Bling Ring, allora, Sofia Coppola racconta il vuoto, etico, morale, simbolico, esistenziale dei nostri tempi.
Il suo sguardo si adegua, tenta la neutralità pur tradendo un pizzico di empatia (le protagoniste sono piccole Marie Antoniette senza reggia né corona), ma la sua ansia di decostruzione si fa forse eccessiva, soprattutto quando, per contrasto, dai due terzi del film in avanti muta registro per parlare fuori tempo massimo della (ricerca della) dilatazione infinita dei proverbiali 15 minuti warholiani.

Se quindi i ragionamenti della regista si fan via via più complessi e rarefatti, il suo cinema in questo caso fatica a trovare il giusto registro.
E a testimoniarlo c’è anche la scelta di una Emma Watson fastidiosa e inadeguata al contesto.




  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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