Black or White: la recensione del dramma con protagonista Kevin Costner

24 ottobre 2014
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Una storia su razzismo e rispetto della diversità.

Black or White: la recensione del dramma con protagonista Kevin Costner

Fermi tutti, è un storia vera. La temibile scritta alla fine dei titoli di testa, o all’inizio, dipende dai casi, è una delle più minacciose dell’intera storia del cinema. Un campanello d’allarme, un additivo rischiosissimo, come il glutammato. Qualche volta può aiutare a rendere un piatto di scarso livello servibile, diffidate però, come dei ristoranti che hanno in menù i primi piatti sempre pieni di panna. Se aggiungete a questo un altro tema a forte rischio retorica come il razzismo e un titolo manicheo come Black or White, allora siamo davvero con tutte le difese attivate. Riusciranno due attori carismatici come Octavia Spencer e soprattutto Kevin Costner a evitare che la maionese impazzisca?

Liberiamoci dalle metafore culinarie e parliamo della storia che è quella di un uomo a cui muore l’amata moglie in incidente stradale e si ritrova a badare da solo alla piccola nipotina, la cui madre – e figlia della coppia – è morta di parto. Il padre della bambina è un drogato, pecora nera di una famiglia afroamericana che vorrebbe ora avere maggiore accesso alla piccola. Il ricco avvocato bianco (Kevin Costner) e la rampante donna in carriera nera (Octavia Spencer) un accordo sull’affidamento congiunto non lo trovano, allora non rimane che passare per le aule di tribunale. In fondo siamo negli Stati Uniti e il processuale è un altro dei tanti generi racchiusi in questo Black or White.

Non è difficile immaginare il motivo per cui Costner si sia innamorato di questo film, spingendosi fino a produrlo, ma soprattutto finanziarlo. Per lui è l’occasione di tornare come protagonista in un ruolo costruito su di lui, in cui può sbizzarrirsi con la commozione di un vedovo, la tenerezza del suo rapporto con una nipotina dolce che più non si può. Poi, volete mettere poter fare l’alcolizzato, ondeggiare di qua e di là con una bella bottiglia in mano, ritagliandosi la spazio per un monologo di impatto, per di più in un’aula di tribunale. Cosa c’è di meglio? Black and White insiste in molti dei tipici riti di passaggio dei generi che sfiora: dal dramma famigliare a quello processuale, passando per la storia sul razzismo e la diversità.

Se ha il merito di raccontare personaggi pieni di difetti, senza santini o eroi, sono le redenzioni troppo retoriche, gli snodi prevedibili di una conciliazione del contrasto all’insegna della banalizzazione, a rendere il film, più che una storia sull’abitudine a etichettare il prossimo a prima vista, la messa in scena prevedibile del comandamento da sogno americano della seconda possibilità. Detto questo: se amate il cinema a tema, non siete scoraggiati da qualche redenzione di troppo e vi manca la faccia da cowboy contemporaneo di Kevin Costner allora Black or White lo apprezzerete, finirete anche con l’occhio inumidito e vi delizieranno i duetti fra i due protagonisti. Altrimenti sarà dura.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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