Big Hero 6: la recensione del film d'animazione Disney di Natale

15 dicembre 2014
3.5 di 5
28

La Disney incontra il cinecomic Marvel in un mix curioso

Big Hero 6: la recensione del film d'animazione Disney di Natale

La lavorazione di Big Hero 6, 54° lungometraggio animato del canone ufficiale disneyano, è stata avviata nel 2009, a cavallo dell'acquisizione della Marvel da parte della Disney. Diretto da Don Hall (Winnie the Pooh) e Chris Williams (Bolt), è in linea teorica l'adattamento di una miniserie a fumetti firmata nel 1998 da Duncan Rouleau e Steven T. Seagle, anche se i registi approfittano della sua scarsa notorietà per stravolgerla quasi del tutto, mantenendola come ispirazione generale.

Hiro Yamada, tredicenne prodigio nella città immaginaria di San Fransokyo, preferisce applicare le sue conoscenze di elettronica ai minirobot che impiega nei combattimenti clandestini. E' diverso da suo fratello Tadashi, che al San Fransokyo Tech, in compagnia di quattro bizzarri colleghi, s'impegna a migliorare il mondo con la tecnologia. Una delle sue creazioni è Baymax, un pacifico robot operatore sanitario in vinile bianco. Baymax diventerà l'unico vero legame tra Hiro e Tadashi quando quest'ultimo morirà in un misterioso incendio: indagando sull'accaduto e cercando se stesso, Hiro con Baymax e quattro folli nerd fonderà la squadra di supereroi Big Hero 6.

Immaginate un laboratorio in cui dei creativi, come fossero ricercatori, versano in un ampolla il contenuto di due fiale: nella prima c'è il classico Disney dei buoni sentimenti, dello humor e dei personaggi iconici, nella seconda c'è il cinecomic Marvel che sbanca i botteghini. Qual è il risultato dell'esperimento?

Sulla scia dell'Olaf di Frozen, Baymax è l'anima Disney del film, vero catalizzatore dei valori della casa di Topolino: è un'icona della semplicità, della bontà e dello humor diretto, anti-intellettuale, si direbbe quasi slapstick, in un esercizio di animazione eccelsa da parte del team, che ha fatto ormai enormi passi avanti da quell'incerto esordio nella CGI, col lontano Chicken Little del 2005. La sua ingenuità non può risolvere da sola i problemi, ma può forgiare in Hiro l'animo nobile di un eroe, a patto che ne comprenda i valori di altruismo e pacifismo. Baymax è inoltre un omaggio sottile al fondatore Walt, che dai tempi della Tomorrowland a Disneyland e del centro di EPCOT ha sempre identificato nella tecnologia al servizio della buona volontà una porta verso la nostra personale fiaba contemporanea.

Al 50% quindi disneyano doc, Big Hero 6 s'instrada tuttavia presto nel solco ultrabattuto e prevedibile del cinecomic ormai canonizzato, aiutato anche dalla colonna sonora di Henry Jackman (Captain America): il villain, il plot e i cinque comprimari (la zia Cass e il quartetto di amici, Go Go Tomago, Wasabi, Honey Lemon e Fred) non presentano sviluppi intriganti come quelli di Frozen. Il climax arriva col pilota automatico e con meno naturalezza, via via più preoccupato di impostare i Big Hero 6 come la base di un franchise rivisitabile, e di garantirci un corposo cameo animato di Stan Lee.

L'alchimia imprevista di Frozen si è rivelata più stimolante di questo esperimento condotto a tavolino, ma anche se Big Hero 6 non strappa applausi, garantisce il divertimento. Ed è bello gustare questi nuovi Walt Disney Animation Studios a gestione Lasseter, capaci di proporre un action come Big Hero 6 dopo un musical: una libertà che nemmeno nel Rinascimento Disney degli anni Novanta ci si permetteva.


 



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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