Biancaneve - la recensione del film di Tarsem Singh

02 aprile 2012
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Specchio delle mie brame, qual è la versione cinematografica di Biancaneve più bella del reame? Nell'attesa di vedere Biancaneve e il cacciatore limitiamo il giudizio alle perfide e invidiose regine, affermando che la più intrigante e simpatica è quella di Julia Roberts



Specchio specchio delle mie brame, qual è la versione cinematografica di Biancaneve più bella del reame? Nell'attesa di vedere Biancaneve e il cacciatore e avendo come pietra di paragone unicamente l'incantevole film Disney, possiamo limitare il nostro giudizio alle perfide e invidiose regine, affermando, senza troppa cognizione di causa ma con un giusto entusiasmo da fanzine, che la più intrigante e la più simpatica nella sua deliziosa scorretezza è senza dubbio quella impersonata da Julia Roberts nell'adattamento della celebre fiaba dei fratelli Grimm ad opera di Tarsem Singh.

Annoiata da una corte di sudditi farlocchi e bruttissimi, disperatamente attaccata a una bellezza che va assolutamente conservata, a costo di gonfiarsi le labbra con una puntura di insetto o di soffocare in un bustier mille volte più stretto di come lo portava Rossella O'Hara, questa figura iconica di villain al femminile subisce qui una doppia, intelligente metamorfosi: assurge a protagonista (o coprotagonista) della storia e diventa squisitamente attuale. La ragione del primo cambiamento è da ascriversi alla presenza dell'ex attrice più pagata di Hollywood, cavallo di razza di sicura puntata. Quanto alla seconda licenza poetica, in un prodotto del cinema americano al tempo della crisi non poteva mancare un capo di stato capace di tassare impunemente il suo popolo o di trastullarsi in un microcosmo dorato nel quale la povertà è una semplice questione di cattivo gusto.

Seppure saldamente ancorato all'impianto narrativo di una favola (con i suoi personaggi archetipici),
Biancaneve è da considerarsi un'opera moderna anche per la maniera in cui viene rappresentato il cosiddetto maschio Alfa, chiamato a proteggere e a salvare fanciulle indifese. Privato del suo cavallo bianco, che gli è stato rubato nella foresta, il Principe Azzurro viene infatti declassato a bamboccione imbecille se non addirittura a toy boy della regina. Con effetti davvero esilaranti. Non se la cava egregiamente nemmeno il prode cacciatore dai lineamenti rozzi e dal fisico nerboruto, che si tramuta in un lacché grassoccio e pavido.

Un momento! Dove sono finiti allora i veri uomini? I veri uomini ci sono, solo che si tratta di mezzi uomini, di nani per la precisione, che hanno in dispetto il mondo intero perché sono stati emarginati e che rubano ai ricchi non certo per dare ai poveri. Sono questi 7 eroi in miniatura, lontanissimi dagli adorabili vecchietti disegnati da zio Walt nel 1937, la vera rivoluzione di Biancaneve, che li rende protagonisti di sequenze indiavolate e li ricompensa con una psicologia più complessa di quella degli altri personaggi.

Eppure … nemmeno loro sono gli artefici della vittoria sul male, perché il condottiero della battaglia contro il potere ingiusto, o se vogliamo il Robin Hood di una lotta che è anche sociale e politica, è Biancaneve, amazzone dalla pelle color latte che si conquista la sua fetta di contemporaneità nella continua oscillazione fra l'indipendenza della donna moderna e i sogni ad occhi aperti di chi ancora anela a Prince Charming.  La interpreta bene Lily Collins, già ribattezzata la ragazza con le sopracciglia più sensuali d'Inghilterra, e il suo talento è pari alla bravura di tutti gli altri attori: da Julia Roberts a Nathan Lane, da Armie Hammer a Sean Bean.

Se chiudessimo così la nostra recensione, e cioè con un lieto fine non meno gioioso della conclusione del film, non saremmo onesti, perché siamo spettatori molto esigenti e perché sappiamo benissimo che questa volta dietro la macchina da presa c'è uno dei registi più originali e visionari di Oriente e Occidente. Andiamo quindi avanti ammettendo che dall'autore del video di "Loosing my Religion" ci saremmo aspettati qualcosa di più: inusitate contaminazioni di linguaggi, per esempio, voli pindarici, follie stilistiche, il trionfo del kitsch, magari una rappresentazione a metà fra il mistico e il lisergico. E invece, al di là della potenza visiva del luogo segreto in cui la regina custodisce lo specchio e di un numero musicale di stampo bollywoodiano sulle note di "Love" di Nina Hart, nel film non c'è nulla di particolarmente trasgressivo. Nemmeno i costumi, disegnati dalla fuoriclasse
Eiko Ishioka, osano più di tanto, ad eccezione degli abiti animaliformi di un ballo in maschera che strizzano evidentemente l'occhio ai quadri di Hyeronymus Bosch.
Manca infine quel coté dark che caratterizzava non solamente la fiaba di partenza, ma anche la versione a cartoni animati della storia, con il temporale, la mela avvelenata, la vecchietta arcigna, il terrore negli occhi degli animali del bosco e dei nani. Il lato oscuro della storia di Biancaneve sarebbe stato un'arma potentissima nelle mani di Tarsem, che - ahimé – ha preferito l'ottimismo e la luce di un tipico family movie. Peccato.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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