Biagio Recensione

Titolo originale: Biagio

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Biagio: la recensione del film di Pasquale Scimeca

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Biagio: la recensione del film di Pasquale Scimeca

In una strada del quartiere Flaminio di Roma c’è una mensa per i poveri dove, all’ora di pranzo, si riunisce un capannello di uomini e donne con indosso scarpe sfondate e giacconi logori. A un centinaio di metri, sempre su quella strada, c’è il cancello di una scuola privata, da cui escono ragazzini dalle camicie inamidate, impeccabili donne alte e bionde, rombanti mini-car.
Parcheggiando la macchina esattamente a metà fra i due ingressi, è possibile imbattersi tanto in un barbone pronto ad aiutarti con la manovra, quanto in un fuoristrada che ti urta facendo distrattamente marcia indietro.

Quando Biagio Conte ha lasciato la sonnacchiosa opulenza, i pregiudizi e la superficialità della sua esistenza borghese a Palermo per rifugiarsi fra montagne aspre e selvaggiamente belle, ha sicuramente sposato le ragioni di chi lavora e sostiene opere di carità come quella di cui vi abbiamo appena raccontato, trovando la felicità e un senso di assoluta compiutezza in uno scenario lontanissimo dalle Classe A, dagli occhiali da sole di Tom Ford e dalle paghette settimanali.
Del frate siciliano nato nel 1963 e ancora oggi a capo della missione Speranza e Carità avevamo già sentito parlare, ma è grazie alla sensibilità e all’umiltà di Pasquale Scimeca che oggi possiamo conoscere la sua storia e capire le intime motivazioni del suo cammino verso l’armonia con il cosmo.
Coadiuvato dal suo attore-feticcio Marcello Mazzarella – che lo segue fin da Placido Rizzotto – il regista de Gli Indesiderabili si avvicina al sacro da artista laico, da pensatore attento più all’uomo che al “santo”, da intellettuale che abbraccia una spiritualità intesa non come fede in un essere superiore, ma come un’energia interiore che riscalda l’io più profondo pacificandolo.

Proprio per la sua scarsa frequentazione delle ecclesiastiche cose, Scimeca trasmette con immagini vibranti la sua fascinazione e ammirazione per la grande semplicità di Fra Biagio, una condizione materiale ed emotiva raggiunta attraverso la fatica, la fame e il freddo. La rappresentazione di questa lotta, fra scene movimentate filmate con la camera a mano e silenziose inquadrature fisse bianche per la neve o grigie per le nuvole, è la parte più emozionante del film e più sincera, come sincero è il messaggio di quel San Francesco d’Assisi che aggiunge significato alla missione in terra del frate siciliano. Biagio parla anche di lui, senza dimenticare un accenno al bellissimo Cantico delle creature.

Introducendo, nelle ultime sequenze, il personaggio di un vecchio che in gioventù avrebbe voluto fare un film in grado di salvare l’umanità, Biagio rischia di perdere un po’ il fuoco, anche se nelle rughe e nel candore e di questo alter-ego Pasquale Scimeca mette la sua idea di un cinema in punta di piedi che non è mai espressione del delirio di onnipotenza di un narratore onnisciente.
Lo dice lui stesso in una delle prime sequenze del film, quando, ritagliandosi un piccolissimo ruolo, si domanda: “Facciamo film per noi stessi o per gli altri?”
Ecco: Biagio, per quanto personale e intimamente sentito, è un film per gli altri, tutti gli altri, anche per le femme fatale che aspettano i loro figli all’uscita di quella scuola del quartiere Flaminio di Roma.

 

Biagio
Il trailer del film
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