Benvenuto in Germania! Recensione

Titolo originale: Willkommen bei den Hartmanns

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Benvenuto in Germania! - la recensione della commedia tedesca sull'immigrazione

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Benvenuto in Germania! - la recensione della commedia tedesca sull'immigrazione

Angelika Hartmann è una professoressa in pensione sposata con Richard, un primario ortopedico che non accetta l'idea di invecchiare. Genitori di due figli già grandi - un affermato ma nevrotico uomo d'affari divorziato, padre a sua volta di un figlio sveglio e trascurato, e una ragazza che non ha ancora capito cosa vuole fare nella vita – i due coniugi sembrano diretti verso una crisi irreversibile del loro matrimonio. Ma un giorno lei, dopo aver incontrato un’amica attivista mentre è in visita ad un centro per rifugiati, decide di ospitarne uno in casa. La scelta cade sul mite Diallo, un nigeriano fuggito da Boko Haram e finito per errore sotto la sorveglianza dell'antiterrorismo. Tutto, per tutti, cambierà per sempre dopo una buona dose di disavventure.

Tutto il mondo è paese, verrebbe da dire vedendo la commedia tedesca campione d'incassi in patria Benvenuto in Germania! E visto che a quanto sembra non è un bel paese, tanto vale prenderla a ridere. Questo deve aver pensato il regista tedesco Simon Verhoven (nessuna parentela col più celebre omonimo olandese), terzo rampollo di tre generazioni di filmmaker e figlio dell'attrice Senta Berger, quando ha deciso di raccontare coi toni di una commedia il problema dell'emigrazione. Se in Benvenuti a casa mia, uscito un anno dopo questo in Francia, la ricca famiglia protagonista ospitava un intero nucleo famigliare Rom, qua basta un solo elemento estraneo/straniero per provocare una reazione a catena di proporzioni cosmiche anche se in parte prevedibili, dettate dalla struttura stessa della commedia.

Quando Verhoeven ha concepito il film, il dibattito sui temi dell’emigrazione nell’Unione Europea non era acceso come alla sua uscita, coincidenza che lo ha caricato di ulteriori e non intenzionali significati, trasformandolo in una metafora della Germania in un preciso momento storico, con tutti i possibili scenari per fronteggiare quella che viene dipinta come un’emergenza solo in periodo elettorale, e che il film puntualmente rispecchia: chi si dà da fare in prima persona per aiutare l’integrazione di queste persone spesso in fuga da condizioni inimmaginabili per un qualunque occidentale, chi è a favore dell’accoglienza a prescindere e sposa la causa con entusiasmo perfino eccessivo, chi si rende conto delle difficoltà di gestire la situazione in assenza di una politica chiara e condivisa, chi semplicemente si arrocca sui suoi pregiudizi e chi è è ancora, purtroppo razzista e nazista. In più c’è il costante allarme terrorismo con la necessità e la difficoltà di controllare queste persone.

Grande è la confusione sotto il cielo, avrebbe detto Mao Tse-Tung, e Benvenuto in Germania! esprime benissimo questo caos: c’è davvero di tutto (anche troppo) nel ritratto di questa famiglia piena di buone intenzioni, che si rivela man mano migliore di quello che appare in prima battuta, travolta com’è dai propri egoistici “problemi”. Un’anima candida come Diallo (che a tratti per la sua ingenuità ricorda quasi lo Chance di Oltre il giardino), proveniente da una cultura in cui le donne senza figli a 30 anni sono “vecchie”, con la sua stessa presenza smaschera i drammi borghesi per quello che sono: inutili complicazioni di gente ricca che non ha coscienza di quello che ha perché lo ha sempre dato per scontato, e dove le sovrastrutture e i giudizi hanno sostituito i naturali sentimenti d’affetto. Ed è paradossale e tristemente ironico che a insegnare questa lezione, senza invidia e rancore, sia proprio chi una famiglia non l’ha più, a causa della crudeltà di altri esseri “umani”.

Al di là dei temi che finiscono per diventare il fulcro della discussione sul film, Benvenuto in Germania! ha la classica struttura di una commedia in cui un elemento totalmente estraneo viene inserito in un gruppo, dove provoca una serie di reazioni e cambiamenti. Verhoeven gestisce la storia con mano sicura, racchiudendola in una confezione patinata un po’ “all’americana”, con un buon ritmo interno. Non c’è – ed è apprezzabile - alcuna pretesa di fare la morale o proporre soluzioni, ma solo l’idea di mettere in scena degli esseri umani difettosi, che grazie al confronto e alla conoscenza dell’altro diventano migliori.

Lo schermo è illuminato dall'ancora radiosa presenza di Senta Berger, che, assieme al coniuge cinematografico Heiner Lauterbach e al giovane Elyas M'Barek, già apprezzato in Fuck You, Prof! dà sostanza a tutto il cast. Per apprezzare al meglio Eric Kabongo, che interpreta Diallo col convincente stupore di un debuttante, e capire le sue difficoltà con una lingua ostica come il tedesco, avrebbe aiutato la visione del film in versione originale (con sottotitoli, naturalmente)

Benvenuto in Germania!
Il Trailer Italiano Ufficiale del Film - HD
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