Benvenuti al Nord - la recensione del film

16 gennaio 2012
2.5 di 5
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Inferiore rispetto al primo film, Benvenuti al Nord confida soprattutto sull’affiatata coppia Bisio/Siani nel capovolgere la situazione e rendere ostile l’operoso Nord.


Non era difficile immaginare che il clamoroso successo cinematografico di Benvenuti al Sud (attualmente terzo più alto incasso italiano di sempre) avrebbe generato un sequel. Altrettanto logico era supporre che la trama sarebbe stata la stessa, ma capovolta. In Benvenuti al Nord tocca ad Alessandro Siani percorrere 800 km dello Stivale per raggiungere la destinazione assegnatagli dall’ufficio Risorse Umane delle Poste: Milano. Così come nel primo film il quadro di aspettative di Claudio Bisio sulla Campania era tutt’altro che roseo, anche la Lombardia incute non poco terrore: una terra fredda, ostile, avvolta da una nebbia perenne, dove il rispetto delle regole sovrasta il lato umano della vita. E, peggio ancora, dove il caffè al bar può essere sacrilegamente servito in dodici modi diversi.

Stessi personaggi, stessa compagine di interpreti e la new entry Paolo Rossi nei panni di un dirigente delle Poste Italiane fissato con l'efficienza, o meglio, nel pullover in cashmere che richiama direttamente il contestato Sergio Marchionne, Amministratore Delegato della FIAT. I cardini sui quali si snoda la storia sono due: entrambi i protagonisti sono travolti da una crisi matrimoniale che li fa regredire e allontanare dalle responsabilità, come solitamente accade agli esponenti del genere maschile, e il progetto di lavoro E.R.P.E.S. (Efficienza, Rapidità, Puntualità, Energia, Sorriso) che punta ad enfatizzare la reputazione del Nord laborioso e di una Milano con l’agenda in mano. Probabilmente avrebbe funzionato meglio lo scontro tra l’uomo del Sud e le tradizioni locali padano-alpine di un piccolo borgo di provincia come Bormio o Luino. Milano è il Nord operoso, ma resta una metropoli internazionale in cui le abitudini locali non sono tali da sconvolgere i forestieri.

Benvenuti al Nord soffre della formula pressoché perfetta di Benvenuti al Sud della quale, adattamento italiano a parte, il merito spetta a Dany Boon e al suo originale Giù al Nord ( Bienvenue chez les Ch’tis). Senza togliere ciò che invece spetta a questo sequel di matrice italiana, l’affiatamento tra Bisio e Siani, la riuscita di alcune battute (la cena a base di sushi) meno di altre (la moka gigante che risulta più grottesca che comica), la simpatia della Finocchiaro nel doppio ruolo moglie/suocera, di Rizzo, Paone, Schiano e dell’incomprensibile dialetto di Misticone, manca chiaramente una corrente che riesca a traghettare in modo compiuto le avventure dei personaggi dall’inizio alla fine. Quei punti cardine di cui sopra si limitano ad essere meri pretesti per legittimare le gag sui pregiudizi sul Nord che il film doveva avere.
Peccato anche per le poche scene in cui compare la Lodovini, nuovamente nel ruolo della donna del Sud diventata madre, considerato che al di là degli incassi il premio più prestigioso ricevuto da Benvenuti al Sud è stato il suo David di Donatello.



  • Giornalista cinematografico
  • Copywriter e autore di format TV/Web
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