Benur - un gladiatore in affitto: la nostra recensione

26 aprile 2013
3.5 di 5

Massimo Andrei racconta la vita difficile della povera gente in una commedia che ricorda il buon cinema neorealista di una volta

Benur - un gladiatore in affitto: la nostra recensione

La storia di Benur - un gladiatore in affitto comincia sulle tavole di un palcoscenico.
Comincia con un attore-regista – Nicola Pistoia – che esorcizza la paura di essere inghiottiti dalla miseria portando in scena la commedia di Gianni Clementi "Ben Hur: una storia di ordinaria periferia".
Accanto a lui ci sono Paolo Triestino ed Elisabetta De Vito e la storia è quella del fortunato incontro fra un ex stuntman costretto a guadagnarsi da vivere facendo il centurione al Colosseo e di un immigrato clandestino bielorusso dotato di straordinaria intelligenza e manualità.
Lo spettacolo ottiene un notevole successo e qualche mese dopo diventa un film della scuderia Rai Cinema che si conquista immediatamente l'appellativo di “gioiellino neorealista di inizio XXI° secolo”.

Se la cronistoria è esatta, giusta è anche la generosa definizione, perché nonostante l’assenza di attori presi dalla strada e di pedinamenti, nell’opera seconda di Massimo Andrei c’è il desiderio di raccontare con semplicità e schiettezza – e quindi senza il rigore di un documentario né il buonismo dell’intellighentsia cinematografica radical-chic – la vita difficile della povera gente.
Con la consapevolezza che dopo il temporale non arriverà il sereno di un nuovo boom economico, il regista avverte la necessità di stemperare il dramma attraverso una serie di situazioni buffe, tenendo bene in mente la lezione del primo atto di "Miseria e nobiltà". Nello stesso tempo, però, non abbandona mai il suo obiettivo di fare un film pieno di quella rabbia che alimenta chi non ha più nulla: è il risentimento di Sergio e di sua sorella Maria, umiliati e disperati, graffianti e duri come la pietra di un Colosseo che non è più simbolo della Roma degli imperatori ma di una città sudicia, caotica e ostile.

A queste figure pasoliniane che parlano un romanesco emendato di ogni deriva coatta, Andrei oppone la luce e l'entusiasmo di chi arriva da lontano, dello straniero, che accetta ogni sorta di compromesso e di lavoro in nome di una povertà che è ben più grave della nostra.

A fare la fortuna di Benur - un gladiatore in affitto non è solamente la bravura di tre interpreti che hanno alle spalle una chimica consolidata e diversi anni di esperienza.
Anche Massimo Andrei dà il suo contributo, perché trasforma un testo scritto per essere contenuto fra tre pareti in un film pieno di esterni e di movimento.
Non manca nemmeno, nel suo variegato affresco, un omaggio, ammantato di nostalgia, alla fascinazione per il grande cinema di una volta.
Insieme al mito di Charlton Heston, ridotto a litigiosa star da Michael Moore, quel cinema non esiste più.
Esiste però un altro cinema, più piccolo, che tenta faticosamente di affermarsi. Benur ne fa parte, ma sappiamo che per uscire dall'anonimato ha dovuto per forza cambiare il suo finale.
La cosa ci dispiace, anzi, ci sconcerta.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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