Bad Boys: Ride or Die, recensione del nuovo capitolo della serie con Will Smith e Martin Lawrence

10 giugno 2024
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Padri, figli, testimoni da lasciare controvoglia. Un film che, parlando d'altro, parla di sé stesso, della vecchia e della nuova scuola del cinema action hollywoodiano contemporaneo. Un blockbuster usa e getta tutto sommato quasi divertente. La recensione di Bad Boys: Ride or Die di Federico Gironi.

Bad Boys: Ride or Die, recensione del nuovo capitolo della serie con Will Smith e Martin Lawrence

Volendo, potremmo dire che Bad Boys: Ride or Die è un film che parla di genitori e di figli.
Di nuovo, si ripropone l’asse conflittuale tra il Mike di Will Smith e il figlio Armando, già killer dei cartelli messicani che abbiamo conosciuto nel film precedente. Marcus, invece, ha il suo da fare per tenere al suo posto (tradotto: che non metta le mani sui suoi snack) il son-in law, il marine Reggie. E poi c’è anche una linea narrativa che coinvolge le donne Howard: Judy, la figlia del capitano Howard, e sua figlia Callie. In maniera più o meno velata, allora, in questo film si parla di gente che viene costretta dalle circostanze a passare una qualche forma di testimone, o di appoggiarsi alle conoscenze o alle competenze di chi è più giovane. Un qualcosa che, va detto, questi protagonisti fanno a malincuore.
Detta in altro modo, allora, Bad Boys: Ride or Die è un film che parla della resistenza della vecchia scuola a lasciare, almeno in parte, il campo alla nuova. Quindi, è un film che, parlando di altro, parla di sé stesso.

I primissimi minuti di questo nuovo capitolo della serie, diretto nuovamente da Adil & Bilall, è poi una dichiarazione estetica: tra Porsche che sfrecciano lungo le strade di Miami a tutta velocità, ragazze in bikini, colori esagerati e sonorità latine, Bad Boys: Ride or Die sembra gridare ai quattro venti che lui, delle misure contemporanee, ne ne infischia, e che continua a guardare con convinzione e orgoglio agli anni Novanta. La trama e il copione confermano e sottoscrivono.
Più che al modello nobile (Miami Vice, mai realmente preso in considerazione, nemmeno da Michael Bay), il nuovo capitolo della serie di Bad Boys, ancora più del precedente, sembra guardare direttamente ai vari Arma letale, soprattutto al quarto e ultimo della serie.
Non solo perché i nostri sono “troppo vecchi per queste stronzate”, ma anche per le dinamiche da buddy cop movie, e per una trama nella quale si ammucchiano talpe nelle forze di polizia, politici corrotti, ex reparti speciali passati al lato oscuro, rapimenti di persone care, ambiguità e supercattivi spietatissimi.

Ce la mette tutta, insomma, Bad Boys: Ride or Die per rifiutare l’omogeneizzazione dell’action contemporaneo, spingendo abbastanza forte sul linguaggio scurrile così come sulla violenza fisica. A scrivere non c’è più Joe Carnahan (peccato), ma il solito Chris Bremner coadiuvato questa volta da Will Beal (che è un ex poliziotto, e si vede).
Lì dove la resistenza del film ai tempi fa cilecca, e si aprono squarci in cui si affaccia la nuova scuola, è sul piano delle immagini, che Adil & Bilall hanno voluto decisamente più mobili, frenetiche, psichedeliche e perfino videoludiche: si vedano alcune scene con dei POV che tramutano il film in un first person shooter per fugaci ma inconfondibili momenti.
E però, anche quando questa tendenza sembra prendere il sopravvento, ecco che la resistenza al cambiamento si fa sentire, perché il super complesso e violento scontro finale tra buoni e cattivi avviene in una location che più old school non si potrebbe: un vecchio parco a tema sugli alligatori abbandonato, con i simpatici rettili - tra cui un gigantesco e leggendario alligatore albino - che ancora nuotano indisturbati nelle acque circostanti, e che un ruolo nella battaglia è inevitabile lo giochino.

Tra una sparatoria e una battuta, tra una crisi di panico (negata) di Mike e un infarto di Marcus, tra una rissa in penitenziario e un elicottero che precipita, una fuga a bordo di un van a fuoco e svariate maschere che cadono, Bad Boys: Ride or Die procede spedito e testardo nella sua direzione, e nella sua dichiarazione finale: bisogna stare un po’ più al passo coi tempi, lasciare la griglia del barbecue alle nuove generazioni, ma non per questo abbandonare una tradizione e un’identità. Repubblicanesimo pre-trumpiano, forse.
Se si accetta, come penso si dovrebbe, che questo è un blockbuster senza pretese altre, che si fa carico di tutta la sua stupidità e che è mero intrattenimento fast food, allora, ci si diverte anche.
Che poi, in una scena del film, Will Smith si faccia prendere a schiaffi da Lawrence, come a esorcizzare gli eventi dell’Oscar 2022, è una cosa che importa pochissimo a tutti quelli che non siano lo stesso Will Smith.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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