Avatar Recensione

Titolo originale: Avatar

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Avatar, la nostra recensione del film di James Cameron

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Avatar, la nostra recensione del film di James Cameron

Avatar - la recensione

Nelle sue tante superfici, così come nelle sue abyssali profondità (non solo di campo), Avatar è esattamente il film che ci si poteva aspettare da James Cameron. Un film che conferma e perpetra all’infinito quella forse da sempre, ma perlomeno fin dai tempi immediatamente successivi a Aliens è la chiarissima ide(ologi)a di cinema del canadese: un cinema fatto di “vere bugie”, titanico, un cinema dove lo spettacolo è sovrano nel senso più ampio e (post) industriale del termine, improntato ad un iper-positivismo e ad un determinismo tecnologico al quale tutto è destinato a soccombere, dentro e fuori lo schermo. Uno schermo che è attore e protagonista ancor più delle figure che vi si agitano all’interno.

Inutile negarlo: lo sforzo vero e ultimo di Cameron, con Avatar, è stato primariamente tecnologico. La voglia di affermare e dimostrare la supremazia indiscussa dell’immagine, e la capacità di plasmarla in e su dimensioni quasi inedite grazie alla stereoscopia, hanno portato ad un risultato che innegabilmente stabilisce un nuovo standard concettuale riguardo quella che è l’esperienza della visione. Va pur sottolineato però come certa ricerca tecnologica e certi utilizzi del 3D che ne risulta siano ancora non perfettamente simbiotici alla storia che dovrebbero (?) supportare, non riuscendo quindi così a conquistare del tutto quanti hanno ancora riserve sulla loro effettiva applicazione narrativa. Non ha torto, insomma, chi sostiene che in 2D Avatar avrebbe un senso narrativo di poco inferiore alla sua versione tridimensionale.

Non a caso Cameron si appoggia ad un testo di base fiabesco (Pochaontas) e lo ripropone facendo tesoro delle sue successive declinazioni cinematografiche (da Balla coi lupi al New World di Malick, passando per i tanti prodotti industriali che stanno nel mezzo, financo Doc Hollywood) ma senza aggiungere molto. Forse apparentemente. Se è innegabile che la sceneggiatura, la caratterizzazione un po’ rozza dei personaggi, lo sviluppo classicamente retorico delle vicende sono il chiaro e universalmente riconosciuto punto debole di Avatar, questo avviene perché anche dal punto di vista narrativo l’attenzione e l’interesse del regista non vanno agli attori/attanti del suo testo ma al mondo all’interno del quale questi si muovono.

Avatar non è per Cameron una storia che rilegge criticamente il falso mito del colonialismo, non è una critica più o meno sottile alla brutale belligeranza degli Stati Uniti dal Vietnam fino all’Afghanistan, non è il contraddittorio racconto della necessità quasi luddista di un ritorno alle origini e alla Natura, ma appare (altrettanto contraddittoriamente?) come la traduzione filmica dello scontro tra una cultura ancora maggioritariamente postindustriale e le nuove, diverse culture digitali della rete e le istanze che queste cercano di portare avanti. Tra culture e tecnologie, e non tra persone. Per Cameron c’è molta più tecnologia nella cultura apparentemente selvaggia dei Na’vi che nelle macchine, nei computer e nelle armi degli umani che vogliono sfruttare e colonizzare Pandora. L’Albero della Vita, allora, come una rete dalle reminescenze e dei saperi dal vago sapore cyberpunk, come un gigantesco ed autocosciente server che connette, comprende, racchiude ma "non interviene", per dirla con la protagonista Neytiri, se non per sancire un nuovo e definitivo legame tra sé ed un nuovo utente perennemente Avatarizzato, e non (sol)tanto come estremo atto di autodifesa.

Ma ancora una volta, ecco dimostrato che Avatar, proprio come l’Albero della Vita, è un film che non si interessa ai personaggi che racconta se non come extrema ratio per tenere collegati a sé i suoi utenti, gli spettatori, che Cameron non ritiene evidentemente ancora maturi per la forma pura e futurologica della sua idea di cinema come puro impianto spettacolare. Se l’Albero della Vita agisce è per preservare la sua tecnologia, non per salvare chi la sfrutta; e così Avatar si concede (poco) alla narrativa tradizionale solo per dare parvenza di sostengno all’unico aspetto che realmente vuole raccontare: le nuove potenzialità tecnico-rappresentative del Nuovo Cinema.

Ma in tutta la sua complessità, la sua ricerca, la sua spettacolarità, Avatar è ancora troppo autarchico per rappresentare un analogo contemporaneo del Guerre stellari di Lucas e della rivoluzione che ha comportato. Perché a Cameron manca (ancora?), e volutamente, quel che posseggono autori indubbiamente votati a quell’idea di cinema che il canadese ha estremizzato: gli manca l’affetto e la fiducia per gli uomini e i loro sentimenti che sono tutt’ora alla base dell’opera di Spielberg, gli manca la capacità umanista di scaldare e di fondere epica e minimalismo di Jackson, gli manca soprattutto la capacità di Lucas (di quel Lucas lì e non quello della nuova trilogia) di dare vita ad un universo dove le mitologie siano ancora incentrate sui personaggi e non solo sui mondi fantastici che da loro sono popolati.

La posizione di James Cameron è innegabilmente questa, la fede incrollabile e testarda è in un futuro che è visione personale, autonoma e al tempo stesso industriale del cinema. E non a caso la sua, nel sistema cinema hollywoodiano, è una posizione d’isolata avanguardia pionieristica che al sistema rimane però sempre appena tangenziale e mai realmente distaccata, perché il contatto è necessario e irrinunciabile. Con Avatar Cameron indica senza mezzi termini la sua tensione al futuro: ma un futuro il cui sentiero è ancora da tracciare, ancora incerto e nebuloso, sicuramente ancora discutibile e opinabile: e a dagli ragione o torto sarà il tempo, e non solo il botteghino.

Avatar
Il nuovo trailer del film diretto da James Cameron
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Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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