Australia - la recensione del nuovo film di Baz Luhrmann

15 gennaio 2009

Dopo la strepitosa “Trilogia della tenda rossa” Baz Luhrmann ripensa ai grandi film del passato che suo padre proiettava in un piccolo cinema e gira un film epico. Australia, che affianca Nicole Kidman a Hugh Jackman parla molti linguaggi, forse troppi, rendendo omaggio a un genere ma non reinventandolo.

Australia - la recensione del nuovo film di Baz Luhrmann

Australia - la recensione

Quando il genio, la bravura, la fantasia e l’amore per il cinema di un regista portano a un capolavoro come Moulin Rouge!, i film che arrivano dopo inevitabilmente deludono, a meno che il felicissimo esperimento non si ripeta o non si faccia qualcosa di completamente diverso. In effetti, con Australia, Baz Luhrmann ha voluto percorrere un’altra strada, lanciandosi in un’impresa coraggiosa e molto rischiosa: riportare in auge il genere epico. In una parola rifare Via col vento, unire, in un unico, lungo e costosissimo film, amore, morte, avventura, eventi storici, alternando continuamente realismo e fantasia, ricostruzione e invenzione.

Da una parte, la vicenda di Lady Sarah Ashley e del selvatico Drover, che si innamorano, scortano una mandria di vacche attraverso terre impervie e desolate, e prendono a cuore le sorti di un bambino meticcio. Dall’altra, le magie di uno stregone, la mistica legata alla cultura aborigena. Abbiamo l’impressione che queste due componenti, ugualmente forti, si sposino male, e forse, per non strafare, sarebbe stato meglio privilegiarne una. Allo stesso modo, la mezz’ora finale del film, con l’incursione degli aerei giapponesi che lanciano bombe, finisce per aggiungere scene e situazioni che sembrano superflue, e questo perché, in fondo, ciò che ci interessa, e che fa fremere e sospirare gli spettatori più romantici, è la storia d’amore fra i due protagonisti.

Fra Nicole Kidman e Hugh Jackman l’intesa è perfetta, anche se il frasario amoroso a volte è melenso (gli americani userebbero l’appropriato aggettivo “cheesy”). Sono bravi e belli, soprattutto lui - e Baz Luhrmann lo sa, visto che in una sequenza lo fotografa a lungo a torso nudo. È proprio nella parte sentimentale di Australia che il rimando e la reinvenzione funzionano. E allora va benissimo citare La mia Africa in una scena di campeggio notturno o in un litigio a proposito della troppa indipendenza di un uomo nella coppia. Sorridiamo compiaciuti anche quando la Kidman, sfrontata e ribelle, si veste di rosso come Scarlett O’Hara e bacia in pubblico il suo uomo spaventando signore bigotte.

Francamente ci saremmo aspettati di più da Baz Luhrmann: qualche colpo si scena, un numero da maestro, una sequenza spiazzante. Ma non è successo, forse perché il regista, troppo coinvolto nel racconto della propria terra, non si è mosso con il giusto distacco che spesso è sinonimo di libertà, azzardo e ottima riuscita.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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