Attrazione fatale: recensione del thriller con Michael Douglas e Glenn Close

25 maggio 2020
3.5 di 5
8

Vero e proprio cult movie diretto da Adrian Lyne, è uno dei film simbolo della Hollywood degli anni Ottanta. Ma, fingendo di giocare in quel campo e con quelle regole, in realtà le sovvertiva e ne minava un architrave: l'idea di uomo e di mascolinità che era imperante.

Attrazione fatale: recensione del thriller con Michael Douglas e Glenn Close

Partiamo dalla fine. Dall’immagine fissa sulla quale, con sadica ironia, Adrian Lyne ha deciso di chiudere il suo film e far scorrere i titoli di coda. Dal ritratto fotografico incorniciato della famiglia felice, apparentemente perfetta: i Gallagher. Felicemente sposati, una bella figlia, una bella casa, un cane affettuoso, un lavoro appagante e redditizio (di lui, lei fa la mamma a tempo pieno, pare), la prospettiva di un trasferimento in una casa ancora più bella fuori città, nell’idillio suburbano.
Di questo ritratto Attrazione fatale mostra il fuoricampo, il dietro le quinte, svelando l’ipocrisia di una felicità tanto ostentata da non poter non risultare posticcia.

La storia la sapete tutti: Dan (Michael Douglas), avvocato di successo rimasto da solo in città per il fine settimana, se la spassa con Alex (Glenn Close), conosciuta nel corso di una riunione di lavoro; Alex però si rivela una squilibrata e dopo quel weekend infuocato inizia a tormentarlo, e poi a prendersela con la sua famiglia.
Potrebbe sembrare, e da certi punti di vista indubbiamente è, un film colmo di moralismo puritano, con il fedifrago costretto a passare le pene dell’inferno per una scappatella. E però, sotto all’evidenza, e nei dettagli del racconto, c’è molto di più del riflesso del forte conservatorismo della società americana di quegli anni, che risuona così attuale in questi anni di #MeToo.
Nel decennio dell’apparenza, Lyne sceglie di distruggere quella della famiglia, e ancora di più quella dell’uomo, di un certo modo di vivere il maschile, mettendone in evidenza non solo le contraddizioni, ma la straordinaria fragilità e una solidità tutta di facciata.

Michael Douglas, che da questo film in avanti verrà per qualche anno identificato col personaggio protagonista di tresche torride e torbide (basti pensare a Basic Instinct), tradisce la moglie Beth (Anne Archer) semplicemente in quanto maschio. Per via dell’animale che si porta dentro, per dirla con Francesco Piccolo. Perché vede un’opportunità e la coglie, non sapendo tenere il coso dentro i pantaloni.
Sì, certo, Lyne all’inizio del film si premura di farci vedere la sua delusione quando dopo una festa, e tornato dalla passeggiata col cane, trova la figlia nel lettone con la moglie, e quelli che erano evidentemente i suoi piani erotici andare a rotoli. Ma questo non basta.
Douglas tradisce la bellissima e innamoratissima Anne Archer solo in quanto maschio, e ipocrita. E questa sua ipocrisia viene svelata, e la sua sicurezza va in frantumi di fronte a una logica obiezione di Alex: se sei così felice e innamorato, perché sei venuto a letto con me, mettendo tutto quanto a rischio?

Certo, va ribadito. Un film come Attrazione fatale poteva nascere solo nel contesto moralista e puritano degli Stati Uniti: in Francia sarebbe stato ridicolo, tanto per fare un esempio. Eppure, il modo in cui mette in crisi la figura maschile è interessante e grandemente attuale.
Altro che uomo che non deve chiedere mai, altro che don giovanni sciupafemmine: negli anni in cui a Hollywood imperano gli eroi d’azione invincibili e muscolosi degli Stallone e degli Schwarzenegger, il Michael Douglas di Attrazione fatale è un ometto vanesio, che di fronte alla femminilità sfrontata e aggressiva di Glenn Close, prima cede alla sua seduzione, e poi si ritrova del tutto in balia della sua follia aggressiva.
Non  a caso, la vera antagonista di Alex diverrà Beth, che non esiterà ad affrontarla prima al telefono, e poi a risolvere definitivamente la faccenda nel finale del film.
La risposta all'interrogativo di Alex è quindi semplice: Dan è lo stereotipo del maschile hollywoodiano che è grande e forte abbastanza per sfogare il suo desiderio, ma non per affrontarne realmente le conseguenze.

Strano, ma non troppo, che ai tempi le femministe insorsero, dimostrando così di fermarsi alla superficie di una Alex psicopatica al solo scopo di imbastire il thriller, che peraltro Lyne dirige con mano sicura e perfino elegante, senza nemmeno le patinature eccessive di cui il suo nome è diventato sinonimo.
La straordinaria astuzia di Attrazione fatale, che lo rende un film ancora oggi così solido, e attuale, fu quella di giocare all’apparenza perfettamente all’interno dell’immaginario hollywoodiano e mediatico di quegli anni, e di rispettarne le regole, quando in realtà rappresentava una sorta di corpo virale capace di sovvertire quello stesso sistema e minarne le colonne portanti. In maniera forse fin troppo sottile, ma proprio per questo efficace e duratura.

Attrazione fatale
Il Trailer Ufficiale del Film - HD


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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