Assolo: recensione del secondo fin da regista di Laura Morante

30 dicembre 2015
3.5 di 5
94

Una storia malinconica raccontata con i modi della commedia e condita di ottimi consigli.

Assolo: recensione del secondo fin da regista di Laura Morante

Come recita la voce flautata di Laura Morante in uno dei novantasette preziosi minuti del suo secondo film da regista, il termine "assolo" si riferisce a un brano musicale eseguito ­­- in una composizione corale od orchestrale ­- ­da una sola voce o da un solo strumento. Fuor di metafora - e nel contesto delle relazioni interpersonali - il termine allude invece a una conquistata autonomia pratica ed emotiva dalle altre persone e dai loro giudizi quasi sempre tranchant.
Chi può dire di averla conquistata?
Se parliamo di donne che stanno per compiere (o hanno compiuto) il burrascoso giro di boa dei cinquanta, la risposta alla domanda è: quasi nessuno, perché in una certa fase della vita, questa innocua parolina di nove lettere diventa improvvisamente un’isola che non c’è, nascosta da un gigantesco e mostruoso scoglio chiamato mancanza di autostima.

Di una simile debolezza, così intimamente legata alla caducità della bellezza esteriore (perché ammettiamolo: a chi importa di quella interiore?) hanno parlato in molti per secoli e secoli, ma l’attrice toscana che portava il gelato a Nanni Moretti in Bianca lo fa oggi con grande onestà e con una grazia da Settecento francese, lavando sì i panni sporchi del popolo delle "anta" in un fiume tutt’altro che nascosto, ma lasciandoli asciugare dal sole del buonsenso, dell’autoironia e di un’assertività che significa invito a "esserci", a occupare prepotentemente lo spazio invece di farsi da parte.

Attraverso la vicenda di Flavia - che si muove in uno sconclusionato labirinto di solitudine - la regista sprona le donne a non essere più inutili oggetti, a non vivere di luce riflessa, a non attendere con un'ansia sempre crescente che una mano maschile le prenda da una vetrina per riporle in un teca e ammirarle. Quasi sussurrando, la Morante invita il gentil sesso non tanto a un rovesciamento della dinamica vittima-carnefice che porti a una mortificazione dell'uomo, quanto alla scelta di una terza via, una strada tranquilla che passa per il superamento dell’egocentrismo, una pacificata accettazione dei propri limiti e un potenziamento della capacità di sentire per poter assaporare al meglio la vita.

Attenzione, però: Assolo non è una "passeggiata di salute". A seguire con empatia il percorso della protagonista, stendendosi con lei sul lettino dell’analista e vivendo i rifiuti che subisce, si rischia di lasciarsi andare alla malinconia. Per fortuna l’esagerazione comica permette di mantenere alto il morale, perché una donna uguale a Flavia non esiste per davvero, così come non possiamo definire naturalistico l’approccio alla realtà di Laura Morante, sempre attenta a mantenere un seppur minimo décalage fra la verità e la sua rappresentazione. E allora è giusto ridere, senza tuttavia dimenticare che, come diceva il vecchio Mark Twain, "non c'è umorismo in Paradiso" (visto che il divertimento nasce dalla contemplazione delle umane miserie).

E’ più ambizioso Assolo rispetto a Ciliegine, e più "pericoloso", perché, una volta imparati i trucchi del mestiere, la Morante ha giustamente voluto fare un film non solo di attori e di buoni dialoghi, ma anche di regia. Trovandosi a "gestire" diversi piani temporali e punti di vista, oltre a frequenti scivolamenti in universi onirici, la regista ha dovuto e voluto scegliere una non uniformità stilistica che ha contagiato perfino la recitazione degli attori. A volte si è persa, soprattutto quando ha utilizzato come collante una voce fuori-campo troppo invasiva. Poi però ha deciso di cavalcare l’ingovernabilità della sua "creatura" e ha ripreso slancio, trovando una sua coerenza e una sua forte personalità.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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