Aspirante vedovo - la recensione del film con Fabio De Luigi

08 ottobre 2013
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La commedia di Massimo Venier è giustamente cinica ma dimentica di far ridere

Aspirante vedovo - la recensione del film con Fabio De Luigi

C'è da dire che, raccogliendo la sfida di Beppe Caschetto di lanciarsi in un rifacimento de Il vedovo, Massimo Venier, Luciana Littizzetto e Fabio De Luigi hanno dimostrato grande umiltà e coraggio: umiltà perché nessuno di loro ha mai preteso di essere un clone contemporaneo di Dino Risi, Alberto Sordi e Franca Valeri, e coraggio perché, per quante differenze possano esistere fra due versioni della stessa storia, si tratta comunque della stessa storia e il confronto è una tentazione a cui è impossibile resistere.
Degno di nota è anche il tentativo, sostenuto da mamma Rai Cinema, di fare un genere di commedia che non è nuovo perché recupera una lunga e fortunata tradizione, ma che ha qualcosa di rivoluzionario perché si distacca prepotententemente dai vari film leggeri del momento.

Andando a recuperare la spietatezza e il cinismo dei film dei nostri grandi padri, Aspirante vedovo ha la giusta intuizione di prendere posizione contro le limitazioni imposte dal politically correct: quelle restrizioni che qualsiasi categoria di individui più o meno vulnerabili impone a chi desidera osservare la realtà attraverso la lente deformante della commedia.
Senza peli sulla lingua, senza inutili rispetti umani, Massimo Venier e i suoi attori invocano infatti una risata  liberatoria che è ora maliziosa, ora macabra, stando bene attenti ad alternarla con una rappresentazione del nostro tempo feroce, impietosa, disturbante.
Nel fare questo, però, e nell'eliminazione programmatica qualsiasi componente farsesca e ogni possibile battuta pecoreccia, si dimenticano completamente di far ridere.

La forza de Il vedovo – e qui il paragone, perdonateci, si impone, – era racchiusa non solamente nell'amarezza degli inganni di Alberto Nardi e nella glacialità della sua signora, ma anche in quegli spunti caricaturali e burleschi che sono l'essenza stessa di un film che deve divertire.
Rappresentati dalla proverbiale camminata saltellante di Sordi e dai personaggi di contorno, questi elementi rendevano il film scanzonato proprio nei momenti in cui, prospettandosi all'orizzonte fallimenti, funerali e omicidi, c'era bisogno di un respiro comico.

Nel rifacimento di Venier la descrizione di una realtà italiana ben più critica di quella degli anni del boom e una protagonista femminile sempre antipatica tolgono spazio alle gag e non trovano il giusto contraltare in una leggerezza che è devoluta esclusivamente a Fabio De Luigi. Più centrato di lui, che misurandosi con un ruolo sostanzialmente nuovo insiste bene sull'ignoranza e la grossolanità di Nardi senza però farle diventare oggetto di ridicolo, è il signor Stucchi di Alessandro Besentini in arte Ale.
E' lui la cosa che ci è piaciuta di più di un film a cui avremmo perdonato difetti e imperfezioni se avesse raccontato una sua storia, perché è vero che serve un diverso modo di divertire al cinema, ma servono ancora di più idee originali.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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