Arrivederci Professore: la recensione del film con Johny Depp

18 giugno 2019
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Fra commedia nera e melò, la storia dell'insegnante universitario che si congeda dalla vita non è un cancer-movie ma un invito a lottare contro la mediocrità.

Arrivederci Professore: la recensione del film con Johny Depp

"Let's be outrageous, let's misbehave” - cantava Cole Porter nel 1928 in "Let's Misbehave". "Comportiamoci male" - in pratica diceva - "e facciamo quello che non si deve fare", inneggiando alla vita e a quella gioia infantile che permeava le goderecce e decadenti esistenze dell'upper class dei ruggenti anni '20. Un secolo dopo, a obbedire "last minute" a un simile invito, infrangendo le regole della routine da accademico nel New England, è il professor Richard Brown di Arrivederci Professore, che sta per morire a causa di un tumore e che, invece di scegliere le inutili cure e una prolungata agonia, prende un treno Freccia Rossa per la morte, tuffandosi per prima cosa nel laghetto dell'università dove insegna e rimettendo in discussione il proprio sistema di valori e i rapporti familiari e professionali.

E’ un cancer-movie la sua storia? Non esattamente, anche se i 6 capitoli in cui il film è suddiviso sembrano costituire le tappe ideali di un percorso di accettazione della malattia. Piuttosto, il nuovo lavoro dell'autore di Katie Says Goodbye è la cronaca di una presa di coscienza del valore di ogni singolo istante che ci è dato, il che non è originale, se si pensa che, esattamente 30 anni fa, Peter Weir narrava, ne L'attimo fuggente, di un insegnante che invitava i suoi studenti a cogliere l'attimo e a "succhiare il midollo della vita". Arrivederci, Professore quelle dinamiche le ripropone, ma la sua arma della lotta al tempo che fugge è diversa dalla vivace dialettica e dall'empatia del professor Keating. E’ una franchezza che si confonde con il politicamente scorretto, un'ironia pungente ammantata di nichilismo che si spinge laddove l'eccessivo buonsenso USA solitamente non va: nel territorio delle femministe per esempio, che Richard detesta cordialmente, o di chi va in giro o in tuta o di chi sventola il vessillo della non-cultura rifiutandosi di leggere un libro.

Siccome ha poco tempo, il Professor Depp si scatena contro la mediocrità, ricusa la tolleranza ad ogni costo, parla con sconcertante franchezza e si lascia andare a qualche eccesso (fra sesso, droghe leggere e gaffes clamorose). La sua ribellione, che spinge il film verso la dark comedy, è una dichiarazione di guerra contro la retorica al cinema, ma rischia di privare il protagonista, se non nelle ultime battute, di quella drammaticità che renderebbe plausibile la sua tragedia di uomo prossimo alla fine. Il suo cammino verso l'autoconsapevolezza procede per piccoli salti, o siparietti, e più che essere una rappresentazione di un commiato, o anche di una liberazione, si riduce al ritratto di una crisi di mezza età: quella di un uomo ancora gradevole nell'aspetto e di rara intelligenza e arguzia che non sa come gestire una figlia lesbica e una moglie che lo tradisce con il suo capo. In questa impotenza Mr. Brown somiglia un po’ al Lester Burnham di American Beauty, film sublime che ricorda da vicino in alcuni dialoghi al vetriolo durante le cene di famiglia. Ma la prova di Wayne Roberts, purtroppo, rimane a metà fra il sarcasmo caustico del capolavoro di Sam Mendes e una debole parabola di rinascita, e anche di un melò in un certo senso, perché l'ottimo Danny Huston, che interpreta l'amico del cuore di Richard, incarna il dolore del film, la sua disperazione, la sua incapacità di rassegnarsi alla perdita.

Con una regia pulita ed essenziale, Roberts regala qua e là scene gradevoli e indubbiamente spiritose, avvertendoci nello stesso tempo che la vita è schifosamente breve e priva di senso, e a proposito di senso, quello di Arrivederci, Professore sta anche nell'invito ad ascoltare l'altro e nell'indulgenza nei confronti di noi stessi. Forse c'era bisogno di una narrazione più lunga e articolata per far arrivare il messaggio, nonché di una prova d'attore più autentica. Perché Johnny Depp, ammettiamolo, sembra non aver espresso il suo pieno potenziale. Lui che ha alle spalle gloriose interpretazioni, qui è bravo, certo, ma forse con un copione più elaborato e profondo, avrebbe raggiunto la perfezione. L'avrebbe raggiunta perché, da collezionista di prime edizioni di libri prestigiosi, ha sempre avuto dalla sua un coté intellettuale, decisamente sexy, che lo avrebbe reso un insegnante irresistibile.

Depp, lo ricordiamo, non è solo il pirata che somiglia a Keith Richards, il Cappellaio Matto di Alice in Wonderland o il Gellert Grindelwald di Animali Fantastici 2. Depp è stato lo scrittore in crisi Morton Rainey di Secret Window e soprattutto il Lucas Corso de La nona porta, che forse è uno dei personaggi più belli nati dalla penna di Arturo Perez Reverte e che il nostro ha reso un uomo fascinosissimo. Se il regista e sceneggiatore, lo ripetiamo, avesse messo a sua disposizione qualcosa di più di un profeta matto o di un uomo che il fondo non lo tocca mai, JD avrebbe lasciato il segno. Fa piacere, comunque, trovarlo lontano da Hollywood e dai suoi studios, dimagrito e di nuovo bello, con un'acconciatura che gli rende giustizia e l'immancabile matita nera sugli occhi. Welcome back, Johnny.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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