Argo - la recensione del terzo film da regista di Ben Affleck

29 ottobre 2012
4 di 5

Alla terza regia Ben Affleck mantiene alta la sua reputazione di regista sincero.

Argo - la recensione del terzo film da regista di Ben Affleck

Teheran, 1979. Militanti infuriati del nuovo Iran rivoluzionario irrompono nell'ambasciata americana sequestrando una cinquantina di persone. A loro insaputa sei di esse riescono a fuggire poco prima, trovando rifugio nell'ambasciata canadese. Il tempo stringe, potrebbero essere scoperti da un momento all'altro, devono lasciare il paese. Come? Secondo l'agente CIA Tony Mendez fingendosi la troupe di un film di fantascienza hollywoodiano a caccia di location.
Momenti in cui la realtà non solo sembra finzione, ma pare prendersi gioco dei drammi individuali e collettivi.

Affrontando una storia vera, Ben Affleck, nelle doppie vesti di regista e interprete, si dimostra ancora una volta una garanzia autoriale dopo Gone Baby Gone e The Town. Allontanandosi dai temi e dai luoghi a lui cari, inserendo nel suo percorso anche ovviamente il copione di Will Hunting, Affleck si mette alla prova con un delicato equilibrismo. La premessa storica è un terreno accidentato per un americano, ma il regista con oggettività vuole evitare manicheismi patriottici o all'opposto facili autocritiche: l'impegno dei singoli eroi, agenti e ostaggi intelligenti ma disarmati, non può addolcire gli errori compiuti dall'America in Iran, ma mantiene alta la dignità di un popolo.

Definite con chiarezza le fondamenta, Affleck vi monta l'edificio con una chiave vicina a un cineasta: in America si presenta alla stampa il finto film per avviare la copertura, mentre in Iran i ribelli inscenano per le telecamere una finta esecuzione. Proprio come un'arma, l'immagine può essere usata per offesa o difesa: un'ambiguità che Affleck stimola in noi sin dai primi minuti, quando l'attacco all'ambasciata è raccontato miscelando senza soluzione di continuità inquadrature di repertorio e inquadrature ricostruite. Lo spettatore, il cittadino, ha la responsabilità verso se stesso di provare a distinguere.
Versate le fondamenta, costruito l'edificio, ci aspettano arredamento e rifiniture, che qui sono la godibilità primaria di un thriller: la suspense.

Affleck cede a qualche soluzione sin troppo classica nel finale, ma più che un difetto sembra una concessione consapevole alla necessità di un coinvolgimento emotivo e non sono cerebrale. A testimonianza della compattezza e dell'eleganza della costruzione, gli esilaranti scambi di battute al vetriolo su Hollywood non crepano la struttura: dramma e farsa collidono per volere della realtà e non dell'autore, che per giostrarsi tra i diversi registri non deve fare altro che osservare il mondo con curiosità.





  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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