Annientamento Recensione

Titolo originale: Annihilation

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Annientamento: la recensione del film di sci-fi con Natalie Portman e diretto da Alex Garland

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Annientamento: la recensione del film di sci-fi con Natalie Portman e diretto da Alex Garland

La ricetta della fantascienza di Alex Garland è rigorosa e cristallina: ½ cinema, ¼ scienza, ¼ filosofia. Era così in Ex Machina, ed è così anche in Annientamento. Sembra una cosa facile, ma non lo è.
Non è facile riuscire a mettere le esigenze di un racconto - la sua struttura, il suo andamento, la sua tensione - sempre in primo piano senza far sì che i contenuti, i temi e le riflessioni ne soffrano: ma è anche vero che, per quanto impervia, è l’unica strada percorribile per non diventare un pedante trombone, o per girare un film di pura superficie.

Che poi la superficie l’ha eccome, Annientamento. Una superficie curatissima, che non è più solo fredda e levigata, da oggetto di design, come quella di Ex Machina, ma che pur mantenendo quelle caratteristiche viene contaminata fin dall’inizio con qualcosa di organico che va studiato.
Guardare questo nuovo film di Alex Garland, allora, è un po’ come guardare il vetrino di un microscopio sul quale è stato apposto qualcosa di misterioso, vivo e perturbante: c’è sempre la distanza, anche mentale, della scienza, ma ci stai dentro lo stesso, e forse ancora di più.
Sotto alla superficie, a questa superficie si agita un racconto che fin dalla sua frammentazione temporale - in fondo tutto il film è un lungo flashback della protagonista Natalie Portman - mira a restituire il senso di smarrimento dei personaggi che racconta, e l’andamento onirico della loro esplorazione. E se non succede alla fine gran che, nel corso del film, quasi non ci se ne accorge, tanto Garland è in grado di far scivolare il nostro sguardo e la nostra attenzione lungo il piano leggermente inclinato del suo racconto, in maniera impercettibilmente sempre più veloce, mantenendo al tempo stesso sempre alto il livello della tensione e della paranoia.

Se in Ex Machina la questione organica era quasi del tutto esclusa, e Garland si limitava (si far per dire) a riflettere in maniera puramente intellettuale sulla questione umana a partire dalla sessualità, qui ci si sporca le mani di più: qui si parla della materia di cui siamo fatti, delle nostre cellule, del nostro DNA, delle trasformazioni possibili, impossibili, inevitabili.
Qui siamo, volendo, nel territorio dell’Alien di Scott, e quelle infiorescenze organiche e frattali colorate come un trip psichedelico, quelle ramificazioni di muffe e chissà quali altre sostanze organiche, anche umane, che la Lena della Portman e le sue colleghe incontrano lungo il cammino stanno lì a raccontarcelo chiaramente, portando vagamente alla memoria certe creazioni di Hans Ruedi Giger.
Solo che, a dispetto della declinazione tutta al femminile del film, qui non si parla di maternità. Qui si parla dei mutamenti dell’essere: fisici, sì, ma soprattutto psicologici.

Garland non si nasconde mica dietro un dito, e il suo discorso lo espone lì, in bella vista: lo fa dire chiaramente alle componenti della spedizione quasi suicida dietro e dentro quella misteriosa aurora boreale aliena, che se stanno lì, è perché qualcosa dentro di loro non è più come era prima: un cancro che sta mutando e uccidendo, un trauma o un lutto che hanno segnato la psiche, cambiato lo sguardo, il pensiero.
E Lena? Cosa è cambiato in Lena? Cosa, in una donna che si spinge in quel territorio inesplorato, dove le regole della fisica e della biologia impazziscono, apparentemente per cercare di salvare il marito, l’uomo che ama, che di lì è tornato ma con patologie misteriose e imprevedibili?
La risposta non sta in quella parte di film che si svolge nei territori misteriosi dove avvengono le mutazioni, dove si viene attaccate da alligatori giganti, orsi mutanti, creature da incubo dove al DNA animale si è mescolato quello umano. Né in quel faro da dove origina “il bagliore” e dove Lena dovrà fare i conti con sé stessa. La risposta sta in quella parte di film ambientata tra quattro mura, in una camera da letto dove tutto apparentemente è normale: dove un uomo e una donna vivono una vita da innamorati, forse, ma che non è immutabile.

La trasformazione di Lena, e quella di suo marito Kane, ha poco a che vedere con la biologia, allora, o con il DNA, o perfino con i traumi della mente: è la trasformazione costante e impercettibile di ogni essere umano, giorno dopo giorno, quella trasformazione che costringe la coppia a comportarsi da organismo vivo, ad adattarsi costantemente, a trovare nuovi equilibri. Oppure a morire.
Chi è allora il Kane che è tornato dal “bagliore”? Chi la Lena che viene interrogata dopo il suo, di ritorno? Solo loro? Sono cloni alieni? Sono una combinazione delle due cose? Non lo sappiamo. Non importa. Importa che, in un modo o nell’altro, dentro o fuori, nelle cellule o nella testa, sono cambiati. E si sono adattati. Possono tornare ad abbracciarsi.

Sempre di questioni umane si tratta, ma questa volta Garland non mette il sesso al centro del discorso fantascientifico, ma l'amore.
Annientamento è allora filosofia, scienza, e cinema. Un cinema appassionante e avvincente. Un cinema intelligente.

Annientamento
Il trailer italiano del film - HD
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