Anne Frank - vite parallele: recensione del docu film di Sabina Fedeli e Anna Migotto narrato da Helen Mirren

11 novembre 2019
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La testimonianza di cinque donne fra le ultime sopravvissute alla Shoah, tante ragazze come Anne Frank.

Anne Frank - vite parallele: recensione del docu film di Sabina Fedeli e Anna Migotto narrato da Helen Mirren

“Voglio portare gioia, voglio continuare a vivere”.

Anne Frank quest’anno avrebbe compiuto 90 anni. Possiamo immaginare che avrebbe dato seguito al suo sogno di diventare scrittrice, non limitandosi al Diario, per cui è diventata celebre nel mondo e nei decenni, fino a diventare il volto fanciullesco e sorridente, dell’Olocausto. Sarebbe diventata una testimone, forse la sua vita si sarebbe in qualche modo incrociata con quella delle cinque donne protagoniste di un documentario, Anne Frank vite parallele, di Sabina Fedeli e Anna Migotto, per alcuni giorni in sala. Si tratta per la precisione di un docudramma, o di un docu film, anche se sono termini che non amiamo molto. Brevemente: ci sono testimonianze e immagini di repertorio tipiche del documentario che si mescolano alla messa in scena di un viaggio per i luoghi simbolo dello sterminio degli ebrei da parte di una giovane attrice, Martina Gatti, più o meno dell’età di Anne. La seguiamo utilizzare lo strumento comunicativo più in voga oggi, la foto su Instagram, con tanto di uso di hashtag, utilizzato per porsi domande, per partire alla ricerca di qualche risposta personale. 

Un’idea interessante, proposta con eleganza e sobrietà, come tutto il film, come la voce narrante di Helen Mirren, che dalla cameretta ricostruita della sfortunata ragazza di Amsterdam legge brani del celebre Diario. Varie forme di espressione per stimolare la memoria, in un lavoro che si popone di individuare pochi casi esemplari, per alimentare la trasmissione di orrori tanto cruciali per una società sana e capace di generare anticorpi, specie oggi che troppe derive smemorate riportano in voga simboli e comportamenti che sembravano seppelliti, quantomeno dalla vergogna. Un esercizio svolto con senso del ritmo e della messa in scena, senza che il mezzo forzi la mano a un contenuto che rimane centrale, utilizzando delle parole, dei disegni, della musica, strumenti che le stesse sopravvissute hanno utilizzato negli anni per rievocare l’impossibile. Per smentire Adorno e la sua considerazione, “dopo Auschwitz non si può più fare poesia”, citato da una giovane violinista, la cui famiglia venne sterminata nei campi.

Arianna Szörenyi, Sarah Lichtsztejn-Montard, Helga Weiss e le sorelle Andra e Tatiana Bucci. Sono le cinque protagoniste del film, cinque vite parallele a quella di Anne Frank e fra di loro, provenienti da paesi ed esperienze diverse, con in comune un numero tatuato sul braccio, molti familiari sterminati e l’essere fra le ultime testimoni ancora in vita dei campi di sterminio. Come la giovane olandese Anne Frank, di famiglia tedesca, scrisse il diario indirizzandolo a un’amica immaginaria di nome Kitty, anche loro negli anni hanno cercato uno specchio, un doppio, uno sfogo e una consolazione rispetto a quanto vissuto. Per molti anni il silenzio e la paura di non essere creduti, per molti di più un lavoro di testimonianza, sempre doloroso e ancor più necessario. Helga reagì disegnando con tratto delicato e colori pastello quello che succedeva ad Auschwitz, materiale poi avventurosamente conservato e pubblicato, e nella sua casa si circonda di quelle farfalle che non c’erano, nel campo di Terezin. Andra e Tatiana sono due italiane di Fiume, tormentate dal ricordo della madre morta, che cercava di portarle un bicchiere di zuppa in più. Sarah Lichtsztejn-Montard è una francese combattiva, che con un sorriso dolce dice, “i miei figli e i miei nipoti sono la via vendetta sui nazisti”.

Al centro dello sguardo su queste donne, c’è il valore della testimonianza e il ruolo di figli e nipoti, alle prese con un difficile lavoro di elaborazione del dramma che ha coinvolto anche chi non c’era eppure è cresciuto con quel peso. “Non credo che sia uscita veramente dai campi, c’è una parte di lei che è rimasta lì”, dice uno di loro. Un altro giovane nipote si è tatuato il numero con cui era registrata la nonna, non senza una contrarietà iniziale di quest’ultima. Impossibile non temere la recrudescenza di antisemitismo, intolleranza e razzismo; questo le persone intervistate lo fanno capire molto bene, con parole dure: “nessuno è riuscito a trarre insegnamento da quanto è successo”, mitigato da un più ottimista, “noi siamo gli ultimi testimoni e ai giovani dico, voi siete i miei testimoni”.

Nell’aprile del 1944 Anne Frank diede un goffo primo bacio al quasi coetaneo Peter, compagno di vita quotidiana nella soffitta del centro di Amsterdam. Per loro fu la prima e ultima storia d’amore: il 4 agosto la giovane, coraggiosa, lunatica, umorale, in una parola adolescente Anne fu catturata dai nazisti, in un paese, l’Olanda, in cui il 75% degli ebrei finirono sterminati. Tre giorni prima aveva scritto le ultime sue parole del diario: “non smetto di credere, nonostante tutto, all’intima bontà degli esseri umani”.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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