Amy: recensione del documentario su Amy Winehouse presentato al Festival di Cannes

16 maggio 2015
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Un testimonianza impietosa e dolorosa, ai limiti del morboso.

Amy: recensione del documentario su Amy Winehouse presentato al Festival di Cannes

Impietoso. In più di un senso. Doloroso.
Sono questi i primi aggettivi che vengono in mente al termine di Amy, lungo documentario dedicato alla vita troppo breve e troppo tormentata di Amy Winehouse, uno dei più grandi talenti vocali dei nostri tempi, il cui cuore, provato dagli eccessi di una vita fatta di depressioni, delusioni, bulimie, alcoolismo e tossicodipendenze, ha smesso di battere il 23 luglio del 2011, facendola iscrivere al famigerato Club 27.
Oramai specializzatosi in ritratti postumi di icone pop dei nostro tempi, dopo Senna, Asif Kapadia ripercorre in maniera fin troppo precisa e dettagliata, ai limiti della morbosità, la storia della sua protagonista, realizzando un film che sconcerterà e metterà alla prova perfino i fan più accaniti della Winehouse.

2 ore e 7 minuti di racconto sono tanti, forse troppi, specialmente se a comporre il tappeto visivo della narrazione, più che le tutto sommato poche esibizioni live che hanno costellato la carriera della cantante, sono materiali di repertorio spesso privati o privatissimi (video o foto realizzati dagli amici, dalla stessa Winehouse, da suo marito Blake Fielder-Civil) che vanno dalla sua giovinezza fino agli anni del successo, o pubblici o pubblicissimi (le riprese e gli scatti di paparazzi e giornalisti senza scrupoli).
Anche perché sono proprio questi materiali, e il loro utilizzo, a suscitare dei dubbi di ordine quasi morale sull'intera operazione, che pure ha il merito di non schiarire alcuna ombra, e di restituire un ritratto umano e musicale a tutto tondo che ha il valore di una testimonianza postuma se non necessaria comunque utile.

Il copione che Kapadia si è ritrovato tra le mani è tristemente noto e non originalissimo: quello di un giovane talento tormentato e autodistruttivo che viene sfruttato e fatto bruciare da chi vede il lei o lui una fonte di profitto. Abbracciandolo senza riserve, il registra britannico racconta in maniera piana e sconcertante i ruoli distruttivi e parassitari di figure come il padre della Winehouse, del suo manager, o devastanti come quello del tossicissimo Fielder-Civil. E racconta dolorosamente la fragilità di una ragazza semplice e schietta schiacciata, come tanti prima di lei, dalla pressione del successo e di un giornalismo scandalistico che non si ferma di fronte a nulla.

Il dubbio, però, di fronte alla sfrontatezza oggettivante e impietosa (appunto) del regista, è che Amy arrivi a rappresentare l'ultimo anello della catena di sfruttamento dell'immagine e di popolarità della Winehouse.
Condannando i paparazzi, o coloro che hanno spinto Amy nel baratro, Kapadia ne (ab)usa senza troppe remore i materiali, non risparmiandoci le foto più dolorose, i momenti più controversi: nemmeno le immagini del cadavere della cantante che, coperto dal sacco mortuario, viene caricato dall'ambulanza fuori dalla casa di Camden dove ha perso la vita.
Viene a tratti da chiedersi, allora, cosa renda Kapadia migliore di chi usava il dolore e le sofferenze della Winehouse per fare copertine e vendere copie; o da chi, come suo padre, si presentava dalla figlia in difficoltà con telecamere al seguito per lucrare su un reality incentrato su di lui.

Amy, insomma, aiuta a sollevare e porci una domanda che, nell'era di internet, degli streaming e dei social network, non riguarda più solo il giornalismo ma l'etica e la morale di tutto l'agire umano, cinema compreso: quando è giusto, e necessario, fare un passo indietro, abbassare gli obiettivi, distogliere lo sguardo e fare silenzio?
Un silenzio un po' assente, nel film di Kapadia, rotto fortunatamente anche dalla voce profonda, calda e miracolosa dell'artista di ci ha regalato due album come “Frank” e “Back in Black”.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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