American Sniper - recensione del film di Clint Eastwood con Bradley Cooper

29 dicembre 2014
3.5 di 5
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Clint Eastwood racconta il più letale cecchino della storia americana

American Sniper - recensione del film di Clint Eastwood con Bradley Cooper

Con un'educazione paterna che gli ha imposto la difesa di suo fratello e dei deboli, il texano Chris Kyle sfugge a una vita altrimenti senza scopo, coronando questo destino nei Navy SEAL. Parte per l'Iraq proprio all'indomani del suo matrimonio con Taya, angosciata dalla sua professione, ma innamorata della sua trasparenza. Nelle quattro missioni diventa presto il cecchino con il più alto numero di uccisioni nella storia americana, ma anche un eroe infallibile è esposto alle conseguenze di una vita trascorsa al fronte...

Bradley Cooper, che si era da produttore aggiudicato i diritti dell'autobiografia del SEAL Chris Kyle, è riuscito a parlare con l'interessato solo per due minuti, al telefono, poco tempo prima che Kyle morisse in un modo assurdo, almeno per un soldato sopravvissuto al teatro di guerra: ucciso in un poligono di tiro da un reduce come lui, che stava cercando di aiutare. American Sniper, la sua storia di straordinario uomo medio, è finita nelle mani di Clint Eastwood, dopo essere velocemente passata per quelle di David O. Russell prima e di Spielberg poi. Si può solo immaginare come avrebbero affrontato il materiale gli altri autori, ma riesce anche difficile immaginare un regista più consono a questo tipo di ritratto.

In passate occasioni, nonostante le pubbliche dichiarazioni e simpatie di Eastwood per l'area repubblicana, il suo sguardo spietato, lucido più che critico, ha saputo conquistare anche simpatie liberal. Se poi qualcuno in tali occasioni ha avuto addirittura la tentazione di trascinare Clint in lidi idelogici che non gli appartengono (facile farlo con il finale di Million Dollar Baby, per esempio), in questo caso l'operazione non riuscirà. Anzi, American Sniper e il personaggio raccontato sono un buon modo per capire nitidamente il modus operandi di Eastwood.

Il film si potrebbe infatti definire con un ossimoro una "glorificazione problematica". Aderendo al percorso emotivo di Chris, Eastwood non mette mai in dubbio la legittimità degli interventi militari, nè la necessità della guerra, nè l'inevitabilità del male necessario. Non è solo questione di ideologia personale, ma anche di rispetto per un uomo che in quegli ideali ha creduto. Allo stesso tempo, Kyle è svuotato di ogni spacconeria, e Cooper interpreta questo aspetto con molta accortezza: Chris Kyle concilia meglio di altri suoi colleghi la macchina per uccidere con la coscienza dell'essere umano, ma a Eastwood bastano alcune scene chiave per zavorrare i facili superficiali entusiasmi con una cupezza di fondo, una claustrofobia di emozioni, di cui nè lo spettatore nè lo stesso Kyle riescono più a liberarsi.
Attenzione: cupezza qui non è sinonimo di errore. Nel film si descrive semplicemente un sacrificio dell'anima, tanto più devastante quanto più viene accettato senza ripensamenti: l'efficacia di Chris sul campo di battaglia, preziosa e indispensabile per i suoi commilitoni, è inversamente proporzionale alla sua capacità di rapportarsi con la normalità della vita civile.

Nonostante qualche insicuro cedimento a una retorica risaputa nei momenti dedicati alla vita privata, e un goffo ricorso a una pallottola digitale in una scena importante che meritava più asciuttezza, ancora una volta un film di Eastwood riesce quindi prezioso nella sua onestà espositiva. Ci si può sentire lontani dalle scelte totalizzanti di Chris, ma se riusciamo a valutare le distanze, vuol dire che le misurazioni e i dati raccolti sono chiari.





  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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