American Pastoral: recensione del film con Ewan McGregor tratto dal romanzo di Philip Roth

10 ottobre 2016
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Un deludente adattamento che banalizza e appiattisce il materiale letterario.

American Pastoral: recensione del film con Ewan McGregor tratto dal romanzo di Philip Roth

Con la letteratura di Philip Roth, prima di Ewan McGregor, si sono cimentati in tanti: e quasi sempre facendo figure barbine. Non c'è quindi da gettare particolari croci addosso all'attore scozzese, che con una certa qual sconsiderata spensieratezza ha deciso di cimentarsi per la prima volta nella regia portando al cinema quello che dello scrittore newyorchese è forse il più famoso, sicuramente il più venduto, e quello che ha vinto nel 1998 il Premio Pulitzer per la narrativa.

Era inevitabile, prevedibile, financo irrilevante, che in American Pastoral la "Pastorale americana" di Roth finisse con l'essere snellita, semplificata e appiattita; che il grande affresco letterario non potesse tradursi in un corrispettivo cinematografico altrettanto ambizioso e complesso; che il racconto dell'America fosse destinato a ridursi a quello di una famiglia, e non il contrario, come avviene nelle pagine scritte.
Era altrattanto lecito, però, aspettarsi qualcosa di meno artificiosamente elegante e lineare di quello che è venuto fuori dal copione di John Romano (uno che ha lavorato praticamente sempre per la tv, e si vede) e dalla regia, pur legittimamente inesperta, di McGregor.

Calatosi nei panni dello Svedese col medesimo piglio - chiaramente stridente - e il medesimo gusto per il travestitismo vintage col quale aveva affrontato il ruolo di un altri padre, l'Edward Bloom del Big Fish burtoniano, riproponendo lo stesso sguardo azzurro velato di infantile stupore e lo stesso sorriso sincero e sornione, McGregor inciampa e sbatte contro una storia più grande di lui, che aveva forse frainteso.
Laddove (non solo perché indicato precisamente nel romanzo, perché in fondo il confronto diretto poco interessa) era necessario essere spietati, perfino feroci, con vicende e personaggi, American Pastoral propone un patetismo dolente e un romanticismo sbadato e frettoloso.

Giusto nel ritratto della moglie dello svedese, la bella Dawn, il film trova dei momenti più ruvidi: ma perché forse quella della Connelly è l'unica scelta di casting non opinabile, e ancora di più perché questo American Pastoral è il dramma (un po' misogino) di un uomo, padre e marito, e non quella cosa più grande e complessa raccontata dal romanzo,
Tutto, nel film di McGregor, si riduce alla sconfitta mortale di quell'uomo dallo sguardo infantile e dal sorriso sincero e sornione (un uomo buono, sempre buono, irrimediabilmente buono: e quindi cretino) incapace di vedere e accettare in una figlia o una moglie i confini di un'inadeguatezza che va di pari passo con quella di un paese raccontato per sintesi stereotipate e bignamesche.

Un Big Fish al contrario, appunto.
Ma non era questa, per nulla, la strada giusta per raccontare la fine di un Sogno Americano; bisogna essere più abili del neo-regista per raccontare la facciata che crolla con la patina formale, e con volti sempre troppo belli per essere credibili.  Non era così che si doveva raccontare di un padre, e di una figlia.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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