American Honey: recensione del film di Andrea Arnold in concorso al Festival di Cannes 2016

15 maggio 2016
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Manierismi e supponenza, con lo spettatore imboccato di ovvi simbolismi, per un film che vuole raccontare i Bambini Sperduti dell'America di oggi.

American Honey: recensione del film di Andrea Arnold in concorso al Festival di Cannes 2016

Su Andrea Arnold, beniamina di tanti cinefili e di tanti festival internazionali, Cannes in testa, ho sempre covato qualche dubbio. Qualcosa, nel suo cinema, non mi convinceva mai completamente, vuoi per stile, vuoi per la storia. E American Honey, film ambiziosissimo e supponente, non solo conferma che tra me e la regista inglese le cose non funzionano proprio, ma che in questo caso i difetti del suo cinema sono di gran lunga superiori ai pregi.
Intediamoci: la Arnold gira molto bene, e ha uno stile potente. Sa bene dove mettere la macchina da presa, cosa e come e per quanto guardare, dove andare a cercare distrazioni e punteggiature. Non a caso i primi trenta minuti del suo film (che ne dura, senza alcuna reale giustificazione, ben 162) regalano l'illusione di trovarsi di fronte a qualcosa di degno di nota, magari anche di notevole.

In quella mezz'ora, assistiamo alla fuga di Star, 18enne senza un soldo e pochi legami familiari, che s'aggrega a una carovana di teenager scantenati e senza famiglia che girano l'America vendendo abbonamenti a riviste, guidata da una biondina tutto pepe e da uno Shia LaBeouf che il vero motivo della scelta della ragazza.
Poi, però, non appena la Arnold dovrebbe iniziare a dispiegare un racconto, a dargli una direzione e un'intento, le cose si complicano terribilmente. Non perché American Honey non sappia dove andare o cosa dire: ma perché lo sa fin troppo bene, in maniera scolastica e retorica, con una messa in scena stucchevole a forza d'inutili manierismi e di simbolismi elementari serviti allo spettatore col cucchiaino ogni dieci minuti. E perché né viaggio né destinazione sono soddisfacenti.

Di questo questo road movie con innestata dentro una storia d'amore travagliato (quello tra la protagonista e il personaggio di un LaBoeuf che non appare molto in parte), Andrea Arnold vorrebbe fare un film sull'America di oggi, e della carovana di orfani per scelta una moderna tribù che l'attraversa alla ricerca di sé stessa e di un sogno.
E allora giù, via con i paesaggi industriali, i motel, le stazioni di servizio, i grattacieli, i Kmart e i Taco Bell, ma anche con i prati e i fiumi, e gli animali, di continuo: uccelli, ma soprattutto insetti, insetti in ogni dove, spruzzate il ddt, e poi anche un orso (honey, nevvero?) e pure una tartaruga. Natura e cultura, abbiamo capito, Andrea Arnold.
E abbiamo capito come anche i tuoi rumorosissimi e vitalissimi (e spesso cretinissimi) adolescenti o post-adolescenti sono per te i nuovi Bambini Sperduti degli States, che vanno avanti a forza di risa e canzoni rap, alcool e coccole, canne e litigi. Sempre borderline tra legittima fame di vita e nevrosi, tra voglia di lavorare e illegalità, sempre a un passo dal trasformardi nel Signore delle Mosche versione midwest.

Già queste sono ovvietà, e non si può accettare, in American Honey, che tutto questo sia ulteriormente ridotto a un'estetizzazione formale che passa tanto dall'immagine quanto dalla musica onnipresente e martellante, né che la parabola di Star (personaggio francamente incomprensibile nelle sue scelte e nelle sue dinamiche, a meno di non bollarla come una scemetta) sia quella di un cammino smaccatamente carico di simboli e momenti di passaggio che si conclude nella maniera più banale possibile, quello di una scontata e nemmeno tanto giustificata rinascita dopo il classico bagno purificatore e pseudo-battesimale dalle acque di un fiume qualsiasi.  



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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