#Alive: la recensione dello zombie-movie coreano su Netflix

16 settembre 2020
3.5 di 5

Dopo Train to Busan, e in attesa di vedere Peninsula, dalla Corea del Sud arriva un altro interessante zombie movie, che però non gioca sull'azione senza tregua, ma sulle pause e le dilatazioni nelle giornate di un personaggio in lotta per la sopravvivenza. Chiuso in casa, come in quarantena

#Alive: la recensione dello zombie-movie coreano su Netflix

Sulla carta, #Alive non ha molto di diverso da tantissimi altri zombie movie visti di recente al cinema o in streaming. C’è un protagonista - un ragazzo che si chiama Joon-wo, un appassionato di videogame online - che si sveglia al mattino da solo in casa (la famiglia è uscita), e si ritrova a fronteggiare l’apocalisse zombie. Zombie di quelli moderni, d’origine virale, di quei virus che mutano le persone in esseri famelici e frenetici affamati di carne umana. Quelli che, insomma, abbiamo visto da 28 giorni dopo in avanti, e che prima di questo #Alive il cinema della Corea del Sud (e qui ci risparmiamo il solito commento sulla sua vitalità) aveva raccontato anche nell’acclamato Train to Busan.

Esattamente come in Train to Busan, e come in tutti gli altri zombie movie, il succo della storia sta nella lotta per la sopravvivenza: in #Alive la differenza rispetto a quello che siamo abituati a vedere, e quindi l’elemento che lo caratterizza, sta nel fatto che il protagonista è solo per buona parte del film. E che il regista esordiente Cho Il-hyung, che ha anche sceneggiato assieme all’americano Matt Naylor, ha deciso di raccontare con un’attenzione particolare alle dinamiche legate alla sua solitudine (e alla fame, e alla sete), più che a quelle del confronto e dello scontro con gli zombie che assediano il complesso residenziale nel quale vive.
Anche quando - e non è spoiler - il ragazzo scoprirà che dal lato opposto del cortile che li divide, in un altro appartamento, una sua coetanea è viva e sola e in lotta per la sopravvivenza esattamente come lui.

A questo punto però bisogna fare bene attenzione a non ricavare un’idea sbagliata di #Alive: che è tutt’altro che statico o noioso, e che riserva piacevoli sorprese e scene cariche di tensione agli appassionati del genere.
Proprio qui sta il merito del lavoro di Cho Il-hyung: l’essere stato capace di girare un horror con tutti i crismi, e per di più un film con gli zombie frenetici della modernità, senza per questo cedere all’obbligo della velocità e dell’azione incessante, riuscendo anzi a fare dei momenti di pausa e di stasi (molti dei quali, comunque, non privi di suspense), di una sorta di minimalismo narrativo e cinetico, un valore aggiunto. Un qualcosa che, invece che sgonfiare il film, lo tengono vivo, in virtù non tanto di un approfondimento psicologico comunque abbastanza blando e superficiale, ma delle atmosfere e del lavoro sul tema centrale del film: la sopravvivenza.

Gli zombie, certo. Il virus (per dirla esplicitamente, dato quello che sta succedendo a tutti noi). Ma, quindi, anche la reclusione nel proprio appartamento, e la solitudine, e la tv e le tecnologie come mezzo di informazione e comunicazione col mondo esterno. Le tecnologie, però, in #Alive, non sono salvifiche. Anzi, mostrano tutti i loro limiti. Perché la sopravvivenza è questione umana, questione mentale, questione di contatto e condivisione con qualcuno.
Proprio quando è giunto al suo limite, il protagonista Joon-wo trova una nuova e rigenerata (rigenerante) voglia di vita e sopravvivenza grazie a un incontro umano, a un contatto nuovo e imprevisto, a quella che diverrà la formazione di una nuova, microscopica comunità umana in un mondo attorno a loro che, di umano, sembra non avere più nulla.

Non ci sono bandiere che sventolano, applausi in coro, musiche sui terrazzi, in #Alive, perché vita e sopravvivenza non sono quelle cose lì. Certo, anche perché gli zombie sono sensibili ai rumori, e per salvarsi i protagonisti devono essere più silenziosi possibile: ma anche perché vita e sopravvivenza passano attraverso altri canali, meno formali e più sostanziali. Attraverso piccoli gesti, grandi condivisioni, e la forza dei sentimenti (che è qualcosa di diverso dal sentimentalismo).



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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