A Tor Bella Monaca Non Piove Mai: recensione del primo film da regista di Marco Bocci

26 novembre 2019
3.5 di 5

L'attore adatta un suo romanzo raccontando la storia di piccoli eroi dignitosi di una periferia inedita.

A Tor Bella Monaca Non Piove Mai: recensione del primo film da regista di Marco Bocci

Guardano sempre l'orizzonte i personaggi di A Tor Bella Monaca Non Piove Mai: dal balcone dove fumano tante, troppe sigarette o dalla finestra di un piccolo appartamento pieno di cuori che affaccia su una selva di palazzoni grigi. Dalla finestra Romolo, Mauro e Samantha vedono un'opportunità che non sanno cogliere perché non ne hanno il coraggio e forse non vogliono nemmeno andarsene, perché quasi hanno paura della felicità e perché la gabbia in cui sono rinchiusi e che mal sopportano è comunque una comfort zone, aspra e degradata, d'accordo, ma familiare, piena di angoli bui ma anche di zone di luce.

Romolo e Mauro sono un po’ Marco Bocci, anzi, sono le due anime di Marco Bocci, che ha cominciato a scrivere per placare una rabbia "sana" e legittima che nasce dall'impotenza di fronte a una legge che non tutela chi ha lavorato una vita intera e non può godersi una vecchiaia serena per via di un affittuario moroso. L'indignazione, per l'angelo zingaro dagli occhi buoni e dalla grande capacità di ascolto, non è sfociata in ribellione ma e si è fatta arte, e da un romanzo pubblicato nel 2016 è approdata al cinema, ed è stata una fortuna che l'attore che da quindici anni sognava la regia abbia trovato un alleato e un interlocutore nel produttore Gianluca Curti, perché altrimenti A Tor Bella Monaca Non Piove Mai non ci sarebbe stato e non sarebbe stato un film così libero. Non ci sarebbe stata, prima di tutto, una rappresentazione essenzialmente nuova di un "fuori città" dove la polizia raramente si avventura, e per nuova intendiamo sia positiva (perché ci sono i cattivi ma anche i buoni) che stilisticamente originale.

Bocci non scivola nel dramma intimista, non scimmiotta Gomorra, non cerca la denuncia sociale didattica e moraleggiante e non cede al noir cupo e pessimista dove il male regna sovrano. La verità c'è nel suo film, e c'è sempre, ma il realismo, che è una coperta di Linus per tanti registi e neo registi alle prese con universi difficili, ex criminali e povera gente, è solo nelle situazioni e nei personaggi, nel "cosa", insomma. Il "come", invece, è esplosivo come gli scatti d'ira del padre di Romolo e Mauro, ed è quasi surreale, persino pop. Il "come" è fatto di semitoni e di silenzi, di corpi organizzati perfettamente nello spazio dell'inquadratura, di primi piani con la luce giusta e di un dinamismo esaltato dalle musiche di Emanuele Frusi, che sono un altro personaggio del film, film che è anche un po’ rock. Rock è Antonia Liskova, che nello smalto nero sulle dita delle mani racconta di una durezza soltanto di facciata, perché a Tor Bella non si possono indossare l'abito e l'atteggiamento di una femme fatale: è fuori luogo.

La bionda Samantha che l'attrice interpreta ci prova a prenderla per le corna la vita, legandosi sentimentalmente a un uomo che ha i soldi e aspirando così a qualche agio in più, ma rischia di ritrovarsi con la pancia all'aria come uno scarafaggio che qualcuno ha sadicamente rivoltato. Anche Mauro, uomo intrappolato nel corpo di un ragazzino, tenta goffamente a fare il salto, derubando addirittura la Mafia cinese. L'avrà vinta? Non ve lo diremo, ma sembra che nei tinelli della banlieue a Est della capitale e nelle strade malmesse, nei magazzini dietro le saracinesche e fra le erbacce, non assecondare la propria natura sia una pessima idea, nel bene e nel male: nel male nel caso di Romolo, stigmatizzato dalla gente del quartiere perché ex carcerato e quindi non meritevole di una seconda opportunità.

Romolo è un perdente? No, perché ha dalla sua una grandissima dignità, la dignità di chi ha capito che nella vita è già tanto se si hanno una famiglia e un lavoro onesto. Romolo, nel film, ha la faccia e la grinta di Andrea Sartoretti, attore meticoloso che ha amato ogni singolo istante della lavorazione di A Tor Bella Monaca Non Piove Mai. Sartoretti ha voluto bene al film, così come Libero De Rienzo, e si vede, e si vedono le loro attente riflessioni sui personaggi, le lunghe chiacchierate dopo una giornata di set, il pudore e il rispetto per il vissuto del loro regista e le settimane trascorse a esplorare un luogo che andava capito, vissuto, introiettato e infine amato.

A Tor Bella Monaca Non Piove Mai, che si affida anche a un grande Giorgio Colangeli, ci insegna, o meglio ci suggerisce, come dicevamo prima, che difficilmente si può essere altro da sé. Ha senso allora sperare in un riscatto? La famiglia Borri di cui Marco Bocci narra vive di speranza, ed è bello e giusto, ma non rischia contemporaneamente di morire di speranza, se è vero che la speranza, come insegnava Monicelli, in fondo è un'arma dei padroni per restare padroni, per rendere mansueto chi sta sotto? E allora, alla domanda che il film pone nella sua frase di lancio ("cattivi si nasce o si diventa?"), ci viene da rispondere con un altro quesito: come fa chi nasce sfortunato a diventare fortunato, in una parola a risollevarsi e a conquistare una qualche forma di serenità rimanendo fedele ai propri principi? A Enzo Ceccotti di Lo chiamavano Jeeg Robot toccava in sorte un superpotere. I fratelli Borri, invece, hanno dalla loro solo l'amore e l'onestà: magari non è così poco…



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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