7 psicopatici - la recensione del film con Colin Farrell

07 novembre 2012
3.5 di 5
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Sia detto senza imbarazzo alcuno: il film di Martin McDonagh che fa seguito all’esordio fortunato di In Bruges, è stratificato. Molto, stratificato.

7 psicopatici - la recensione del film con Colin Farrell

“…it has layers.”
È stratificato.
Così Colin Farrell e Christopher Walken, nel bel mezzo del deserto della California, commentano un po’ imbarazzati una folle scena ideata da Sam Rockwell per il film in via di scrittura che è un po’ il McGuffin di tutto 7 psicopatici.
Ma, sia detto senza imbarazzo alcuno, anche il film di Martin McDonagh che fa seguito all’esordio fortunato di In Bruges, è stratificato.
Molto, stratificato.

7 psicopatici è tante cose tutte assieme: è un film fin dalla trama meta cinematografico, cinefilo e citazionista ma sempre con grande distacco ed ironia; è un iperviolento pulp tarantiniano e una commedia anarchica ed esilarante; è, anche, una riflessione leggera ma mai banale sui meccanismi del racconto e di un cinema che, volente o nolente, riflette la società nel quale è nato e cresciuto, e quindi sugli Stati Uniti contemporanei tutti.
Che lo sceneggiatore alcolizzato di Farrell, alle prese con un film che non viene e che ha lo stesso titolo di quello di McDonagh, finisca braccato dal folle boss malavitoso di Woody Harrelson per colpa dell’amico squinternato Rockwell, e che ci vada di mezzo anche il rapitore di cani Walken, alla fine è per McDonagh solo un pretesto per giocare e divertirsi con il cinema e per assestare qui e lì qualche colpo secco e mirato ai bersagli cui mira veramente.
Bersagli che sembrano cambiare costantemente lungo tutto l’arco di una narrazione che non ha paura di sterzate brusche e (apparenti) inversioni a U, e che, partendo dal cinema e arrivando al tema della violenza in senso etico e storico, passando per l’amore, il rapporto uomo-donna, la religione, arrivano a comporre un quadro che è quello del “carattere nazionale” degli Stati Uniti d’America e gli scheletri nell’armadio della sua storia.

Se però le malinconie dei personaggi dei Walken o di Tom Waits, o l’immagine di una bandiera a stelle strisce bruciata, o il ricordo degli orrori del Vietnam, o la maturazione dolorosa dello sceneggiatore di Farrell possono far sorgere il dubbio di un film troppo serio o ambizioso, occorre fugare ogni dubbio.
Perché, come e più di quanto aveva fatto in In Bruges, McDonagh si appoggia su una sceneggiatura solidissima e ricca di memorabili battute e sulle interpretazioni di un cast in gran forma (qui, Christopher Walken über alles) per costruire un film dove l’intelligenza non deprime ma anzi esalta il divertimento, il ritmo e una paradossale, vagamente cupa ma sempre ironicissima spensieratezza.
 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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