50 e 50 - la recensione del film di Jonathan Levine

01 marzo 2012
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Fra i migliori film (indipendenti) americani di quest'anno ce sono vari che affrontano di petto il tema tabù della morte, non nella chiave strappalacrime dei cancer movie alla Voglia di tenerezza, ma con naturalezza e sincerità.


Nella prima scena di 50 e 50 un giovane sui 25 anni fa jogging per Seattle, intorno a lui una città splendida in cui la natura invade e rassicura la città. Arriva ad un semaforo che diventa improvvisamente rosso e si ferma. Si tocca la schiena, sente dei dolori. Intorno a lui non c’è nessuno, ma lui non è il tipo che attraversa col rosso. Ma non tutti la pensano allo stesso modo, come dimostra un runner più aggressivo che neanche si ferma e lo supera in gran velocità. Una scena che ben sintetizza e anticipa il film, quello che capiterà al protagonista e il suo approccio alla vita. Presto scoprirà che il suo corpo è aggredito da un cancro raro e maligno. Da lì il 50 e 50 dello spietato titolo.
Fra i migliori film (indipendenti) americani di quest’anno ce sono vari che affrontano di petto il tema tabù della morte, non nella chiave strappalacrime dei cancer movie alla Voglia di tenerezza, ma con naturalezza e sincerità. Da L’amore che resta di Van Sant a Beginners di Mike Mills.

Il protagonista è un sempre più bravo
Joseph Gordon-Levitt, ormai dopo 500 giorni insieme icona del maschio sensibile, che piange, romantico, ma che dimostra di trovarsi a suo agio anche nei blockbuster alla Inception. Nel film fa un lavoro “vintage”, in radio, dove lavora per settimane con scrupolo estremo ad un servizio di pochi secondi su un vulcano che potrebbe eruttare. Quasi proveniente da un’epoca in cui il valore del tempo era diverso. Valore che l’improvvisa notizia della sua malattia farà impazzire. All’inizio lo vediamo spaurito e circondato da persone che ci sembrano ottuse e incapaci di affrontare la sua condizione. Lo seguiamo con il suo punto di vista, salvo poi renderci conto sempre più che forse è proprio lui, così preciso e ordinato a non rendersi conto che la malattia è disordine e che i disordinati personaggi che gli sono intorno forse sono più bravi di lui ad aiutarlo. Il caos per eccellenza come quello del suo buddy, Seth Rogen, sempre occupato (a parlare di) sesso, a bere e fumare canne. Forse il personaggio più interessante del film, pasticcione, ma pieno di enorme umanità e amore. Difficile non pensare che nella ricchezza della sua interpretazione (la migliore della sua carriera) giochi un ruolo il fatto che lui quella storia l’ha vissuta davvero stando vicino allo sceneggiatore del film Will Reiser.

Nell’ottica binaria del titolo il mondo è diviso. C’è quello dei sani e quello dei malati (in cui la sua presto ex fidanzata non riesce ad entrare. Questione di karma!). Lì non ci sono distinzioni, tutti attaccati ad un tubo o sdraiati in un letto, l’età non conta. Le regole sono diverse. Diventa una guerra contro un invasore e allora se sei accanto in trincea, diventi alleato, e se perdi un uomo perdi anche un po’ te stesso. Come possono comunicare questi due mondi? Non certo con una pietistica e forzata mano che si poggia su una spalla. Magari abbandonando i ruoli imposti, quelli della solidarietà vuota o del rapporto dottore paziente, specie se il dottore ancora non è tale, sta ancora imparando e quindi non è ancora diventato un’etichetta sociale. Una dottoranda come
Anna Kendrick, motore della trasformazione che subisce il protagonista, del percorso di accettazione della sua condizione, o meglio della consapevolezza di come sia impossibile farlo. Ancora una bella interpretazione per la Kendrick, ma sono tutti molto bravi, da Anjelica Huston in un piccolo ruolo come madre apprensiva allo straordinario caratterista Philip Baker Hall, compagno di trincea e di chemio.

Ma come può succedere tutto ciò ad un 25enne che “non beve, non fuma e che oltretutto ricicla”? Il film non vuole spiegarcelo certo, ma piuttosto riesce a vincere quella minaccia manichea del titolo e a regalarci una storia piena di sfumature, di umanità commovente e di scorrettezza esilarante.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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