47 metri: la recensione del thriller con Mandy Moore

24 maggio 2017
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Un film che si propone di far bene una sola cosa... e la fa piuttosto bene.

47 metri: la recensione del thriller con Mandy Moore

In vacanza con la sorella Kate (Claire Holt), la timida Lisa (Mandy Moore) è stata appena lasciata dal suo uomo che l'ha accusata d'essere noiosa: pur riluttante, per respingere lo spettro dell'accusa, si fa coinvolgere da Kate in un'immersione in gabbia, in mare aperto, per vedere da vicino gli squali. Quando l'argano si spezza e la gabbia precipita giù sul fondale, a 47 metri di profondità, la noia sarà l'ultimo dei problemi.

Per i primi venti minuti, 47 metri non è proprio un'opera memorabile: incredibilmente faticosa nel costruire un'empatìa con i personaggi che vada oltre stereotipi ritriti, il film di Johannes Roberts (già regista dell'horror The Other Side of the Door) non si presenta bene. Se si resiste tuttavia a un'introduzione che sembra più che altro una poco convinta timbrata di cartellino, si arriva ad apprezzare il nucleo su cui Roberts e il suo cosceneggiatore Ernest Riera hanno costruito l'esperienza: la claustrofobia degli abissi e tutte le possibili variazioni sul tema e sul dilemma che le due donne affrontano. Problemi di ossigeno? Ce li abbiamo. Problemi con gli squali? Ci sono. Problemi di ricezione? Eccoli. Corsa contro il tempo? E' il minimo. Solitudine? Sacrifici? Dolore fisico atroce? Roberts spreme l'unico limone che gli interessi finché non rimane più nulla, e 47 metri funziona come film di genere tanto puro da rientrare in quell'ambigua categoria dei "b-movie", espressione con cui in questo caso identifichiamo un semplice interruttore emotivo di un'ora e mezza, privo di un qualsiasi livello di lettura che non sia quello di superficie.

Realizzato nel set subacqueo dei leggendari Pinewood Studios di Londra, con solidi effetti visivi a sostegno dell'illusione, 47 metri si diverte a torturare lentamente lo spettatore, in balìa degli eventi gestiti da un montaggio che procrastina con sadismo la chiusura di ogni sequenza. Ogni tanto questo procrastinare tradisce la necessità di raggiungere una durata minima per un film che poteva anche essere un cortometraggio, ma si apprezza che Roberts cerchi di rimanere nei binari se non del realismo, almeno del plausibile. In particolare, un gioco furbo con lo spettatore nella sezione finale concilia il divertimento e la suspense con un minimo di intelligente rispetto verso chi guarda. 47 metri, per quel poco che vuole ottenere, riesce nel suo intento, però siete avvisati: se avete in programma un'estate di immersioni subacquee, forse non è il film migliore da vedere. B-movie o meno che sia.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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