18 regali: recensione di una drammatica storia vera

22 dicembre 2019
2.5 di 5
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Una madre che prima di morire lascia i regali per i primi 18 anni della figlia.

18 regali: recensione di una drammatica storia vera

Si tende a pensare che una storia molto potente, una di quelle che fanno pensare, ‘è perfetta per farne un film’, sia facile da rendere su grande schermo. Ma qui interviene la piccola, ma enorme, differenza fra vero e verosimile, che crea talvolta il paradosso per cui, se riportata fedelmente al cinema, una vicenda reale diventa non credibile. Non era facile, quindi, raccontare una storia toccante della cronaca di qualche anno fa che ha colpito milioni di italiani. La vicenda di Elisa Girotto, una donna coraggiosa e sfortunata che prima di morire per un cancro incurabile ha preparato tutti i regali per i primi 18 compleanni della figlia, nata da poche settimane quando lei ha ceduto alla malattia. La prima decisione chiave di Francesco Amato, incaricato di dirigere 18 regali dal produttore Andrea Occhipinti, è stata di gestirlo come un melodramma, lui che aveva diretto un interessante esempio di questo genere, Cosimo e Nicole

Per farlo ha deciso di far incontrare le due donne, madre e figlia, che nella realtà si sono potute incrociare appena per pochi passi di vita, muovendosi nelle piaghe del tempo come un Nolan senza la pensosa autoreferenzialità, procedendo come fosse una storia di dolore (e malattia) seguita dalla rinascita e dalla speranza. In questo modo, con questa saggia decisione, ha sospeso al di là di un realismo tragico la storia, gli ha dato uno slancio fantastico, ma naturale e credibile, senza bisogno di troppe sottolineature. “Una connessione psicanalitica, più che onirica”, così definisce il regista questa sorta di terza dimensione ideale eppure immaginaria, un inno alla vita da vivere in pieno e senza paura di esprimere i propri sentimenti, che permette alla figlia Anna (Benedetta Porcaroli) di elaborare il lutto proprio la sera dell’ultimo regalo, del 18° compleanno, un momento in cui il dolore si è ormai trasformato nella rabbia di scartare pensieri intimi da parte di una donna che non ha mai conosciuto. Le due si frequentano, imparano a conoscersi reciprocamente, mentre la madre (Vittoria Puccini) scopre di essere malata gravemente, proprio a poche settimane dalla gravidanza.

A questo punto il padre/marito, Edoardo Leo, assume un ruolo di collante o di vittima comune delle prese in giro delle due donne, in un dramma che ha il merito di riconoscere la portata della tragedia che racconta, non insistendo troppo, allentando anzi la tensione con momenti di commedia benvenuti e cruciali per cementare il rapporto fra Anna ed Elisa.

Le emozioni si sprecano, come la commozione e le lacrime, in base alla sensibilità e al vissuto di ogni spettatore. Le due passeranno da una fase di sospetto reciproco all'amicizia, finendo per ricrearea tempo di record, in pochi giorni, le dinamiche fra adolescente e mamma, in un film che mantiene una sincerità di racconto che gli permette di evitare molti pericoli sul cammino, senza sbavature e con una benvenuta semplicità. Non fosse per (almeno) una metafora acquatica, abusata mille volte e qui esplicitata senza misura, che unisce le due donne: una mentre sta partorendo, l’altra mentre si esercita nel suo sport preferito, i tuffi.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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