13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi - la recensione del film di Michael Bay

05 aprile 2021
3.5 di 5

Basato sui fatti avvenuti a Bengasi l'11 settembre del 2012, quando l'assalto di milizie islamiste a un avamposto diplomatico statunitense portò alla morte dell'ambasciatore John Christopher Stevens e altri tre cittadini americani, è, a sorpresa, il miglior film di Michael Bay. Recensione di Federico Gironi.

13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi - la recensione del film di Michael Bay

Non ci sono più divise, nella guerra di oggi. Non ci sono più - almeno in Occidente - ideali per cui combattere, bandiere da difendere, nazioni da servire. Si è guerrieri a contratto, soldati mercenari, si combatte per dovere, per amicizia e per solidarietà umana. Per eroismo.
Senza più divise, non si distinguono più gli amici dai nemici, si vive nel dubbio e nella paranoia: "They're all bad guys until they're not". Ma i morti, quelli, si piangono da una parte come dall'altra. Anche senza divise.
Per sorprendente che possa sembrare, questo discorso lo fa Michael Bay, uno che qualsiasi storia abbia raccontato col suo cinema di certo non è mai passato per un progressista, o per uno che nell'ostentazione della retorica patriottica non ha mai concesso l'ombra di un dubbio, una macchia all'onore divisa, che non ha mai nemmeno accennato a qualcosa che si avvicinasse al crepuscolarismo.
E invece.
E invece, 13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi è assai più sfumato, dubbioso e crepuscolare di quanto si possa immaginare, e forse perfino più di quanto sembri.

La storia è vera. L'11 settembre 2012, a Bengasi, un avamposto diplomatico statunitense prima e una base "segreta" della CIA dopo sono state attaccate da guerriglieri libici islamisti. Quattro morti tra gli americani, tra cui l'ambasciatore Chris Stevens. Potevano essere dieci volte di più, non fosse stato per sei contractor addetti alla sicurezza della base CIA. Se fosse dipeso solo dalle decisioni del capo della base, o delle forze armate e del governo americano, che non arrivavano mai.
La messa in scena è purissimo Micheal Bay, ma non il Bayhem che ti frastorna, che non ti fa capire niente, che ti aggredisce sensorialmente con inutile muscolarismo, e con una violenza un po' arrogante, solo per il gusto di poterlo - saperlo - fare. No, questo è il Bay capace di usare la macchina da presa in maniera funzionale a una forma action che, va ammesso, ha pochi uguali nel cinema contemporaneo, il Bay il cantore dell'adrenalina che pompa ma che qui lavora anche sulla tensione in maniera esemplare e logorante.
Perché 13 Hours non è un semplice film di guerra: è un film d'assedio. È un film che si piazza sul quel sentiero che parte da Ombre rosse di Ford e passa per Distretto 13 di Carpenter, I guerrieri della notte di Hill e Zombie di Romero (Zombieland: così i contractor i contractor una zona esterna al loro avamposto; e i loro nemici emergono dall'ombra della notte come morti viventi).

I conservatori americani hanno storto il naso. I progressisti americani hanno storto il naso. I libici hanno storto il naso.
Se Bay ha scontentato tutti, vuol dire probabilmente che è riuscito a cogliere un bersaglio sensibile, e a trovare un difficile equilibrio.
Lo stesso equilibrio per il quale i suoi protagonisti non sono affatto emuli di Rambo, o delle tante incarnazioni reaganiane di Chuck Norris, ma soldati senza divisa e senza bandiera che cercano di agire secondo coscienza, con ruvidità e sarcasmo, tappando buchi tattici e d'iniziativa, esponendosi in prima persona per salvare le persone che sono state loro affidate: cowboy degli anni Duemila, che trovano anche il tempo per aprirsi al dubbio e alla disillusione sul loro ruolo e sulla loro patria, mentre le bandiere a stelle e strisce marciscono in acqua, la Libia viene abbandonata (a sé stessa e all'ISIS), e da entrambe le parti si piangono morti e feriti.

Spettacolare e pirotecnico, certo, ma attento ai personaggi e ai loro sentimenti. Muscolare e balistico, ovvio, capace di aprirsi fugacemente all'intimismo e più apertamente anche all'ironia, 13 Hours rivela il Michael Bay che non ti aspetti. Un Bay coerente con sé stesso, con le sue idee sul cinema e forse pure sulla politica; un Bay che di certo non usa il fioretto, e che è schematico e grossolano nella contrapposizione tra americani e libici; ma comunque un Bay capace di una misura umana e di un pathos più vagamente malinconico che, fino a poco tempo fa, non avrei mai pensato di potergli riconoscere.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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